Baci di Giuda

È ufficiale, Donnarumma non rinnoverà il suo contratto con il Milan. Dopo l’incontro tra la dirigenza rossonera e l’agente del giocatore, Mino Raiola, la società ha comunicato che il portiere non vuole proseguire la carriera nel Milan. Anche Gigio ha scelto i soldi alla gloria. A distanza di un paio di settimane, ripensare che molti si meravigliavano dell’affetto dei romanisti nell’ultima gara in giallorosso del loro Capitano stupisce. Gigio ha fatto una scelta dopo baci, promesse da marinaio e anche qualche bugia (qualche giorno fa aveva fatto sapere di essere in cerca di casa a Milano). 

Non tutti se lo sarebbero aspettato. Non tanto per quei baci sulla maglia, no. Fa riflettere come un ragazzino che ha appena preso la patente sia riuscito a dire no a 4,5 milioni di euro all’anno a un club che lo ha fatto diventare quello che è oggi. Discorso romantico, vero, ma c’è comunque da sottolineare che a quelle cifre Donnarumma al Milan non avrebbe fatto la fame. Ecco perché i tifosi rossoneri non la manderanno giù: restare con la vecchia società e a cifre molto più basse sarebbe stato difficile e un’eventuale cessione sarebbe stata addirittura comprensibile. Adesso, con un Milan che è tornato a far mercato a giugno (non accadeva da anni) e con una società determinata a riportare il club nelle zone alte della classifica, la decisione di Gigio diventa inspiegabile. Non solo: ai soldi si sarebbe aggiunta la fascia da capitano e una carriera da leggenda rossonera. Non sarà così. Anzi, tradimenti del genere nel calcio pesano e possono segnare una carriera. Per informazioni, rivolgersi a Leonardo e Cassano. 

Canà, l’eolico e una rosa da 20 milioni di euro: i segreti della neopromossa Benevento

Il Benevento per la prima volta è in Serie A. È l’ultimo miracolo sportivo della stagione calcistica 2016-2017. Un miracolo lungo un anno: basti pensare che appena dodici mesi fa i giallorossi stavano festeggiando la prima storica promozione in Serie B. Una scalata incredibile che merita di essere raccontata attraverso qualche curiosità. 

L’intera squadra campana vale 22, 4 milioni di euro. In pratica, il cartellino di ogni calciatore si aggira intorno al milione di euro. Insomma, tutta la rosa ha allo stesso valore di mercato di un singolo atleta di Serie A. Giusto per dare un’idea: i soli cartellini di El Shaarawy, Ghoulam o Rugani si aggirano attorno a quella cifra. E non finisce qui: il monte ingaggi del Benevento non supera i 6 milioni di euro. Gli stessi che percepisce in un anno Icardi all’Inter e meno dei 7,5 che guadagna Higuain dalla Juventus.


Una “ventata” di freschezza in un calcio che non riesce a togliersi di dosso il peso di procuratori sanguisughe e spese pazze. Il riferimento al vento non è casuale: infatti, il presidente del Club, Oreste Vigorito, è uno dei più grandi imprenditori dell’industria eolica campana. L’avvocato di Ercolano nel 1993 ha fondato ad Avellino la la Ivpc (Italian Vento Power Corporation). Da qualche tempo è anche presidente onorario dell’ANEV, Associazione Nazionale Energia del Vento, che gli ha portato grandi affari ma anche qualche problema giudiziario. Secondo quanto riporta il sito Calcio e Finanza, la sua holding Maluni srl, che raggruppa tutte le aziende del gruppo, ha un fatturato di 83,8 milioni di euro (dato 2015, ultimo disponibile) e nell’ultimo bilancio un utile di 8,2 milioni di euro.Vigorito però non si occupa solo di energia: tramite la Maluni controlla anche i suoi altri investimenti. Il presidente del Benevento ha interessi anche nel settore alberghiero, internet, elettronica e anche nell’editoria, visto che è il direttore editoriale del sito Ottopagine.it.


Quella di Vigorito è una figura moderna, lontana dalle “macchiette” che il calcio di provincia ci ha abituato a vedere di solito. Eppure, proprio a Benevento è nato un mito in questo senso. Proprio così: nella città dello Strega, infatti, ha visto la luce uno dei personaggi simbolo del cinema all’italiana degli anni ’80. Stiamo parlando de L’Allenatore nel pallone, Oronzo Canà. Lino Banfi infatti si ispirò proprio ad un ex allenatore del Benevento per creare uno dei suoi personaggi più noti. Stiamo parlando di Oronzo Pugliese, che ha allenato i giallorossi negli anni ’50. Di lui non si è mai parlato moltissimo, anche se si potrebbero scrivere delle pagine sul suo carattere vulcanico e sulle sue dichiarazioni fuori dagli schemi. Forse proprio per questo, Banfi lo elesse a stereotipo di verace allenatore di provincia. Era soprannominato il “mago di Turi” grazie ad alcuni incredibili successi come quello del 31 gennaio 1965, quando riuscì nell’impresa di battere con il suoFoggia l’Inter di Helenio Herrera (3-2). Passato alla storia come uno dei più grandi motivatori del calcio, Pugliese viene ricordato anche per le sue gaffe nelle interviste. La frase “Undici gambe abbiamo noi, undici gambe hanno loro” è una delle più celebri, ma su YouTube c’è una bella carrellata di interventi maldestri dell’allenatore, come questa dichiarazione sugli stranieri: 

Ecco perché gli juventini avranno un motivo in più per odiare “Despacito”

In molti già non la sopportano più, ma potrebbe essere un vero è proprio spauracchio per i tifosi della Juventus. Stiamo parlando ovviamente di Despacito, la canzone di Luis Fonsi con Daddy Yankee tormentone dell’estate 2017 che ha collezionato qualcosa come 1,7 miliardi (miliardi!) di visualizzazioni su YouTube. Bene, ma che c’entra con la Juve? C’entra, perché dopo la sconfitta in finale di Champions League con il Real Madrid, Despacito è diventata, oltre che il motivetto delle spiagge, la canzone dello sfottò dei tifosi di mezza Italia.

Vuoi per il suo ritornello orecchiabile, molto simile all’italiano, vuoi perché tutti ormai la conoscono, fatto sta che Despacito è diventato il nuovo inno della sfortunata serata di Cardiff. 

La prima parodia è “Sei sparito”, in riferimento ai molti tifosi juventini rimasti in silenzio sui social dopo il poker di Cristiano Ronaldo e compagno rifilato alla squadra di Allegri. Il video è stato realizzato dal duo comico Marco e Fabiano.

L’altra versione-sfottò è realizzata da Mario Ferri, il “Falco”. Vi dice qualcosa questo nome? Si tratta di uno dei più famosi “invasori di campo” d’Italia. Per capirci: quello che aveva la maglia di Superman con la scritta “Cassano in nazionale”. Le sue invasioni gli hanno creato diversi problemi:  in occasione dei mondiali in Sudafrica, aveva fatto una delle sue incursioni durante la semifinale mondiale tra Germania e Spagna. Tentativo replicato nel 2014 durante la sfida di Coppa del Mondo Belgio-Stati Uniti. In diversi casi è stato arrestato. Celebre il suo tentativo di fuga dagli Emirati Arabi Uniti, nel dicembre 2010, quando si imbarcò clandestinamente su una nave da crociera, mentre era in attesa di giudizio in seguito all’irruzione in campo durante Inter-Mazembe ad Abu Dhabi: fu scoperto e bloccato dalla polizia. Forse anche per questo si e reinventato cantautore:

Tuttavia, c’è anche chi ha provato a usare Despacito per sostenere Higuain e i suoi alla vigilia della sfida con il Real. Questo tifoso del Barcellona ha fatto di tutto pur di appoggiare i bianconeri e impedire agli odiati rivali del Real di conquistare un’altra Champions League. Forse però anche lui ha scelto la canzone sbagliata…

La maledizione dei numeri primi

Il calcio e la storia passano da numeri e combinazioni. Combinazioni che spesso si rivelano maledette. Impossibili da scardinare o ribaltare. Tutta Italia (o quasi) era pronta a celebrare il Triplete della Juventus. Nelle ore che hanno preceduto la vigilia, non si parlava d’altro. D’altronde si sa: tre è il numero perfetto. Con quel tris si sarebbe entrati nella storia e la Juventus avrebbe messo in bacheca la sua Coppa dei Campioni numero 3. Eppure, il maledetto 3 non è proprio voluto uscire sulla ruota di Torino. E così la storia ha iniziato a dare i numeri, i suoi. Buffon, Higuain, Dybala e tutti gli altri si saranno sentiti un po’ come quando ti manca un numero per far tombola, ma poi a festeggiare è il tuo vicino. Il numero che mancava, ovviamente, era il 3. Quello che ha scombinato i piani, il 7. Come quello che ha sulle spalle Cristiano Ronaldo, l’unico in Europa in grado di rendere umana la difesa della Juve. Basti pensare che prima della finale Buffon e la BBC avevano subito solo 3 reti in tutto il torneo, ma dopo il ciclone portoghese i gol incassati sono diventati 7. Sette, come le finali perse, il primato più triste di questa Juventus dei record: una maledizione che supera la leggenda di Bela Guttman. Per rompere l’incantesimo però bisogna ripartire proprio da quel numero, quello del settimo scudetto consecutivo, che la Juventus proverà a vincere il prossimo anno. Forse, non è altro che un beffardo gioco del destino fatto di numeri e incroci: prima il settimo scudetto, poi la terza Coppa dei Campioni.

Ma siamo sicuri che i gufi sono italiani? 

In Italia sarebbe inaccettabile, in Spagna no. La storica rivalità tra Barcellona e Real Madrid si vede anche in momenti come questi. E poi dicono a noi italiani: gufi, per niente sportivi, pronti a godere delle disgrazie altrui. Basta dare un’occhiata alle prime pagine dei quotidiani sportivi spagnoli per capire che c’è chi è peggio di noi.

Se da noi, tutti i quotidiani di settore incitano la Juve a fare l’impresa nella finale di Champions League contro il Real Madrid, sfogliando la stampa sportiva spagnola di fa più fatica a capire che quelle pagine non sono state scritte nelle redazioni di Torino, Milano o Roma. Un esempio? La copertina di Sport, quotidiano catalano storicamente di fede blaugrana titola in italiano un bel: “Forza, Juve”, con lo stemma dei bianconeri a tutta pagina. Poco diverso il titolo d’apertura dell’altro quotidiano sportivo di Barcellona El mundo deportivo che affida le proprie speranze nell’ex blaugrana Dani Alves pur di non vedere di nuovo Ronaldo e compagnia cantante che alzano la coppa.

Chissà cosa sarebbe successo in Italia se La Gazzetta, giornale che dovrebbe (ma solo in teoria) appoggiare le milanesi avesse titolato qualcosa come: “Hala Madrid!”. Probabilmente ne avremmo parlato per giorni. Eppure, basta avere un po’ di memoria storica per capire che, in Italia, il fenomeno “gufi”, almeno per quanto riguarda la stampa, è molto meno diffuso di quello che si crede. Un esempio? Siamo andati a ripescare le prime pagine dei quotidiani sportivi nel giorno delle ultime tre finali di Champions che avevano per protagonista un’italiana e non siamo riusciti a trovare titoli simili a quelli della stampa catalana.

Nel 2015 la Juventus sfidava il Barcellona a Berlino e La Gazzetta dello Sport apre con l’incitamento “Podemos”. Andando più indietro nel tempo, però, quando a dominare in Europa erano le milanesi anche Tuttosport, il quotidiano più bersagliato dai calciofili italiani per le sue copertine “alla spagnola”, sosteneva sia l’Inter nel 2010, sia il Milan nel 2007. Anche se con le dovute proporzioni. Nel giorno di Inter-Bayern Monaco, a poche ore dallo storico Triplete di Mourinho, il quotidiano torinese, nonostante avesse un titolo a tutta pagina dedicato a Marchisio, nel box in alto scriveva: “Inter, prendila”.

Nel 2007 era stato dato più spazio al Milan: “Tutti con il Milan” si leggeva, con tanto di foto di Kakà che divideva la prima pagina del giornale con l’immancabile colpo di mercato a tinte bianconere: “Juve: Chivu o Mexes”. Per la cronaca nessuno dei due difensori si trasferì a Torino, ma questa è un’altra storia.

Razzi vuole Totti al Pescara: “Gli pagherei io lo stipendio”

Ve lo immaginate Totti con un’altra maglia, diversa da quella della Roma? Probabilmente no. Eppure, nonostante l’intenso addio ai colori giallorossi di domenica scorsa, all’ormai ex capitano non mancano le offerte. L’ultima, decisamente bizzarra. Gliel’ha fatta il senatore di Forza Italia Antonio Razzi che, intervistato da radio Cusano Campus, ha raccontato di essersi commosso nel vedere il saluto dell’ex capitano giallorosso ai tifosi. 

La proposta di Razzi a Totti è quella di andare a giocare nel ‘suo’ Abruzzo, con la maglia del Pescara. Nel corso dell’intervista al programma Ecg di Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, Razzi ha raccontato di aver passato la serata di domenica davanti al televisore, guardando la festa allo stadio Olimpico per l’ultima partita di Totti: “Mi sono commosso vedendolo. Anche se non sono della Roma – ha detto – adoro Totti, la Capitale, adoro sia la Lazio che la Roma”. E, con uno dei suoi celebri strafalcioni linguistici, ha invitato l’ex capitano della Roma in Abruzzo: “Totti deve continuare a giocare almeno altri due anni, deve venire al Pescara, sarebbe una stella assoluta, gli pagherei io lo stipendio se verrebbe (…) a giocare a Pescara. Lo stadio Adriatico si riempirebbe a ogni partita, perché Totti è Totti e non ritornerà un Totti. Sono sicuro che lui ancora cinque anni se li farebbe alla grande, perché ha il fisico per continuare a giocare”.

“Spero che l’aereo della Juve cada a Cardiff”, chiusa la radio dei tifosi del Bologna 

«Questi – dice riferendosi alla squadra bianconera – riescono anche a rubare le partite che non contano niente. Spero che l’aereo che li porterà a giocare la finale di Champions League precipiti». 

«Vai avanti, continua: la tua non è affatto ipocrisia, io voglio la morte di tutti gli juventini». L’ospite non si ferma: “«Odio tutti quelli che indossano quella maglia di merda e che sono la vergogna del calcio. Mi fanno schifo e spero che venga giù il loro aereo». Il conduttore a stretto giro: «Vai avanti, sei la mia voce, sei il mio idolo».

Per queste frasi d’odio, la trasmissione Made in Bo è stata sospesa. Lo ha fatto sapere il presidente di Radio International Paolo Pedrini nel mezzo di una bufera mediatico sportiva. L’episodio incriminato è avvenuto sabato sera, dopo la vittoria al Dall’Ara della Juventus nell’ultima giornata di campionato.

Leo Vicari, il giornalista presente in studio che lavora per Radio International, cogliendo immediatamente la gravità delle frasi pronunciate dal tifoso in collegamento telefonico, si dissocia all’istante. Non ha fatto lo stesso l’altro conduttore, noto come il Tosco, che dopo aver messo a tacere Vicari ha invitato l’ospite a continuare il suo monologo.

 Più tardi lo stesso Tosco ha ammesso “d’aver esagerato”, rivela Pedrini, il quale oltre ad essere il presidente della radio è anche il presidente della società che gestisce il merchandising del Bologna e il temporary store di Borgo Panigale: “E’ una cosa che non tolleriamo, per noi la trasmissione finisce qui”, sbotta – nel giorno dell’anniversario dell’Heysel – facendo sapere che ha intenzione di chiedere i danni a chi ha diffuso sul web solo una parte della trasmissione, quella al centro delle polemiche, non il successivo intervento dell’emittente. “Noi siamo anche quelli che abbiamo realizzato a Bologna un’intera trasmissione dedicata ai tifosi del Napoli”, rivendica.

Lo abbiamo amato di più perché è umano, come noi

Si è chiusa ieri (a meno di clamorose novità) la carriera di Francesco Totti. Inutile sottolineare, ventiquattro ore dopo il suo addio, l’emozione provata in quei dodici minuti di discorso. Brividi che si condensano in quella scritta, due parole, sul pallone calciato per l’ultima volta in curva Sud: “Mi mancherai”. Commozione allo stato puro non solo per i romanisti. Chiunque, ieri, nel post Roma-Genoa, ha faticato a trattenere una lacrima. Anche chi non ricorda il suo “cucchiaione” contro l’Inter a San Siro o la sua stilettata al volo contro la Sampdoria. L’emozione dell’addio al calcio di Francesco Totti ha coinvolto pure quelli che non ricordano i suoi occhi prima del rigore con l’Australia agli ottavi di finale del Mondiale 2006, una delle sliding door che ci ha permesso poi di urlare per la quarta volta “Campioni del mondo”. Insomma, Totti ha toccato i sentimenti di tutti. Anche di quelli che di calcio non ci capiscono niente.

Il day after degli altri, ovvero di quelli che sanno esattamente qual è stato il peso di Totti nel nostro calcio, non è stato semplice. Realizzare che il numero 10 della Roma non ci sarà più è qualcosa che lascia spaesati. Come quando va via luce, per usare una metafora del Capitano. Ancor di più perché a mente fredda ci si rende conto di quanto abbia influito l’evento di ieri sulla vita degli amanti di questo sport. E pensare che nell’ultimo decennio, tutte le bandiere sono state ammainate: da Maldini a Zanetti, passando per Del Piero. A nessuno di questi immensi campioni però è stato riservato un tributo così grande. E allora la domanda sorge spontanea: perché Totti vale così tanto per il nostro calcio? Perché per lui questa valanga di amore smisurato, nonostante abbia vinto molto meno dei suoi “colleghi” di Milan, Inter e Juventus?

C’è chi ritiene che le piazze del nord siano più “fredde”, o più abituate a veder sfilare campioni su campioni, e di conseguenza più abituate a doversi privare delle loro stelle perché consapevoli che saranno degnamente sostituite. Discorso che ci può stare, ma fino a un certo punto. E allora perché a Totti sì e agli altri no? La risposta potrebbe risiedere in una provocazione. La forza di Totti, quella marcia in più che negli anni lo ha portato a scrivere la pagina più importante del calcio romanista non è data solo dalle sue qualità tecniche, tantomeno risiedere nello stratosferico numero di gol realizzati (307). Se così fosse, un trattamento simile dovranno riceverlo al loro addio anche gente del calibro di Messi e Cristiano Ronaldo. Eppure, non sarà così. Per un semplice motivo. Perché Totti è umano. Totti, è più umano degli altri. 

E non ci riferiamo solo alle sue lacrime, incredibili, di ieri sera. Ci riferiamo alle sue debolezze. Debolezze, scivoloni e peccati veniali che nel corso del tempo lo hanno avvicinato alla gente. Anche i grandi campioni sbagliano: una frase apparentemente banale o retorica, ma più che mai reale in questo caso. Totti non è mai stato perfetto, soprattutto agli inizi. Impossibile dimenticare lo sputo a Poulsen che gli costò l’europeo del 2004 o il calcio è rifilato a Balotelli nella finale di Coppa Italia del 2010. Episodi che lo hanno “umanizzato” e allontanato dall’etichetta che spesso si dà agli sportivi, ovvero quella di eroe omerico. Comportamenti a volte provocatori, sebbene ben mascherati da sfottò, come il gesto del “4” rivolto ai giocatori della Juventus dopo un poker all’Olimpico o la storica maglietta “Vi ho purgati ancora” sfoggiata dopo l’ennesimo gol in un derby con la Lazio. Gesti che hanno fatto discutere proprio perché “politicamente scorretti”, se non proprio contrari all’etica sportiva di cui dovrebbe disporre uno come lui. Tutto questo però ha fatto in modo che la sua sincerità, anche nella debolezza, sia stata esempio per altri. 

Ecco perché tutti noi siamo Totti. Ecco perché il tripudio di ieri. D’altronde lo sport e la vita da sempre vanno di pari passo su certi temi e non è un caso che poco dopo, sia lo sport che la vita, ti diano subito la possibilità di riscattare l’errore commesso. Questo gioco di immedesimazione tra lui e i tifosi, più nella frustrazione che nella gioia, hanno permesso che ognuno di noi, una volta nella sua vita, si sia trovato a vivere il pentimento il giorno dopo il calcione a Balotelli o lo sputo a Poulsen. Ognuno di noi ha sbagliato, ma come Totti, più o meno tutti quelli che ieri erano lì a piangere per lui allo stadio o davanti alla TV hanno saputo farsi forza e ripartire da quegli stessi errori. Anche per questo lo abbiamo perdonato e amato. D’altronde, se non avesse segnato svariati rigori con il “cucchiaio”, oggi tutti noi ricorderemmo solo quella scialba palombella finita tra le braccia di Sicignano.

Pogba pesa ancora sulle casse della Juve: multata per la commissione da 49 mln a Raiola

Nonostante sia ormai solo un lontano ricordo, Paul Pogba pesa ancora sulle casse juventina. I bianconeri infatti saranno multatati per le irregolarità nella cessione di Paul Pogba al Manchester United, squadra con cui ha appena vinto l’Europa League. È quanto rivela il settimanale tedesco Der Spiegel, che grazie alle rivelazioni di Football Leaks, aveva diffuso la notizia (documenti alla mano) secondo cui l’agente Mino Raiola aveva intascato 49 milioni per il passaggio del suo assistito ai Red Devils.
Una commissione spropositata, nonostante i Red Devils abbiamo sborsato 105 milioni di euro per assicurarsi il francese. Cifre che avevano portato Fifa ad aprire un’inchiesta sul caso e – stando a quanto rivelato – la Fifa stessa avrebbe prodotto già a febbraio un documento di 12 pagine nel quale spiega le motivazioni della multa pari a 65 mila franchi svizzeri, cioè circa 57 mila euro. Secondo la Fifa, la Juve avrebbe infranto la regola della TPO, la cosiddetta Third-Party Ownership, ora vietata nel calcio. Questa formula permetteva a procuratori e agenzie detenere parte dei cartellini dei calciatori. Ora però, possono appartenere solo alle società di calcio.

La Fifa avrebbe avviato l’inchiesta già il 28 agosto 2016: i dirigenti del Manchester hanno fatto sapere di non essere a conoscenza dell’esistenza di un contratto tra la Juventus e Raiola che prevedeva una provvigione in caso di cessione superiore ai 90 milioni.

Hashtag e un diploma: i primi regali per l’addio alla Roma di Totti

Un hashtag e un diploma honoris causa. Inizia così il weekend speciale di Francesco Totti. Il capitano della Roma, che domenica saluterà squadra e tifosi nell’ultima gara della sua avventura in giallorosso, ha ricevuto un diploma honoris causa dalla Ca’ Foscari.

Nel salone d’onore del Coni, è infatti avvenuta la consegna dei diplomi della dodicesima edizione del Master SBS, promosso da Verde Sport insieme al Gruppo Benetton e Ca’ Foscari Challenge School. Quando riceve il diploma “Honoris Causa” per il suo contributo al mondo dello sport sembra quasi intimidito: “Ma io che ci faccio qua..”, dice. 

Intanto tra i tifosi del Capitano c’e già mobilitazione per quella che sarà la sua ultima partita con la Roma. Sul web è già spopolato un messaggio tanto semplice, quanto efficace “Grazie Totti”. 

#ThanksTotti è l’hashtag creato dai tifosi sul web per salutare il capitano. Per partecipate alla conversazione social basterà farsi una foto e scrivere un pensiero su Instagram e Twitter accompagnato dall’hashtag #ThanksTotti. Già molti tifosi e fan hanno iniziato a scrivere e mandare i loro messaggi per dire #ThanksTotti. Per ricordare quello che Francesco ha rappresentato per loro. Per salutarlo. E per dire semplicemente: grazie Totti.