Senza Mondiale non siamo noi

La storia dei Mondiali, come dice Federico Buffa, ha scandito i tempi della nostra vita e inevitabilmente scandirà la vita di quelli che verranno. Niente di più vero, almeno fino a lunedì. Forse è proprio per questo motivo che ci ritroviamo disorientati. Il tempo sembra essersi fermato al minuto 95’ di Italia-Svezia.

Una sensazione strana, inspiegabile. Un limbo che ci disorienta, perché non lo abbiamo mai vissuto. Per sessant’anni non ne abbiamo mai saltato uno: ogni quattro anni, l’estate era la Nazionale. I bagni al mare, le birre con gli amici, le poche ore di sonno a sventolare la bandiera o a piangere proprio per quella bandiera.

Quella bandiera che sentiamo nostra solo in quel mese dell’anno. Il mese in cui tutti ci sentiamo italiani. Ma anche tifosi, giornalisti, opinionisti, commentatori e, soprattutto, commissari tecnici. Ecco perché ci fa così effetto questa eliminazione. È come sapere che in futuro la nostra memoria avrà un buco di otto anni.

Per noi, che il calcio lo amiamo fin da ragazzini quando sulle spalle di papà entriamo per la prima volta allo stadio, è impensabile restar fuori. Noi, che non smettevamo mai di sbucciarci le ginocchia nella piazza sotto casa, noi che facevamo le porte con le felpe, noi che gridavamo “macchina”, noi che anche a trent’anni quando giochiamo a calcetto con gli amici esultiamo ancora come fanno i nostri campioni, noi che non smettiamo di criticare le scelte dell’allenatore, noi che allo stadio gli urliamo sempre “metti una punta!”, noi che abbiamo che in ogni partita conserviamo le posizioni e l’abbigliamento della volta in cui abbiamo visto vincere la nostra squadra, noi che non laviamo la maglia di Baggio dal ‘94, noi che litighiamo ancora per decidere chi sia più forte tra Totti e Del Piero, noi che non ce ne frega del calcio ma vediamo solo i Mondiali e gli Europei, noi delle notti magiche, noi dell’urlo di Tardelli, di Bruno Pizzul, di andiamo a Berlino, noi che abbiamo visto la testata di Zidane, noi che odiamo il golden goal, noi che abbiamo visto Toldo battere l’Olanda, noi che non abbiamo digerito il biscotto, noi eliminati da Ahn, noi che ci ricordiamo esattamente tutto quello che accadeva intorno a noi quando Fabio Grosso segnava l’ultimo rigore con la Francia, noi che non guardiamo le partite di qualificazione ai mondiali pensando che “tanto prima o poi ci qualificheremo”, noi che al prossimo mondiale saremo sposati, noi che al prossimo mondiale d’estate avremo dei figli, noi che lunedì sera piangevamo sugli spalti di San Siro le ultime lacrime da ventenni, trentenni, cinquantenni.

Noi che abbiamo vinto quattro volte. Noi, che adesso non ci saremo. Noi, che senza Mondiale non siamo più noi.

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E Mourinho sbarca anche su Google Maps

Probabilmente da quel 22 maggio 2010 anche i tifosi dell’Inter non avevano fatto altro che pensarci. E forse a José Mourinho non avrebbero dedicato solo una strada, ma un intero quartiere. Per adesso, però, lo Special One dovrà accontentarsi della via che porta il suo nome.

A Setubal è stata inaugurata dalla sindaca Maria das Dores Meira la Avenida José Mourinho: quasi un kilometro e mezzo di strada sul lungomare della cittadina che ha dato i natali al tecnico portoghese del Manchester United.

Significativa è stata la scelta della prima cittadina: quella via infatti il nome ce l’aveva già ed era Rua da Saude, ma la Meira ha deciso che i 22 trofei internazionali vinto da Mou erano sufficienti per ribattezzare quel tratto con il nome dell’allenatore. Quindi se dovreste trovare il suo nome tra i suggerimenti di Google Maps, non disinstallate l’App, non è impazzisca: se vi trovate nei pressi di Avenida Mourinho, significa che siete a Setubal!

“Ecco perché abbiamo giocato con la bandiera spagnola”

Sono stati gli attori non protagonisti della settima giornata di Liga, anche se molti non se ne sono resi conto. Nella giornata del referendum catalano mentre gli occhi del mondo del calcio rimanevano incantanti a guardare i seggiolini vuoti del Camp Nou, a molti sfuggiva un piccolo dettaglio presente sulla maglia de Las Palmas. La squadra delle Isole Canarie è già passata alla storia della letteratura calcistica, e non solo perché il calendario ha voluto che fosse la sfidante del Barcellona proprio nel giorno del voto sull’indipendenza. Quello che ha colpito di questa squadra, e che ha fatto discutere in Spagna, è stata la scelta di vestire una maglia speciale per l’occssione: nel giorno del referendum catalano, in quello che sarebbe stato un Camp Nou tappezzato da Senyeras (la biandiera catalana a strisce gialle e rosse) e in un trionfo di cori indipendentisti, prima dopo e durante il minuto 17.14. Sì, perché il Las Palmas si è presentato a Barcellona con una piccola toppa raffigurante la bandiera spagnola cucita sul petto. Il presidente Miguel Ángel Ramírez, non era al Camp Nou per motivi personali, ma a poche ore dal triplice fischio aveva già un quadro completo della situazione. A raccontargli quanto accaduto allo stadio la sua dirigenza, seduta nella tribuna del Camp Nou in una giornata decisamente fuori dal comune. Ramírez ha saputo anche della bandiera e, benché non ce ne fosse bisogno, ha comunque voluto spiegare il perché la sua squadra abbia deciso di portare sul petto la bandiera di Spagna.

“È stata una situazione difficile – dice in un’intervista a El Mundo – ma abbiamo voluto pensare anche a quei catalani di cui non si parla, quelli che vogliono continuare a essere catalani sì, ma anche spagnoli”. Un pensiero, dunque, a tutte quelle persone che non vogliono la creazione della Repubblica Catalana ma comunque restando alla larga da accostamenti politici: “Il Barcellona sì, ha deciso di avvicinarsi alla politica indipendentista e non ha motivo di andare contro i suoi stessi interessi. Per quanto ci riguarda, invece, c’è da dire che noi non portiamo mai la bandiera spagnola sulla maglia – spiega – e proprio per questo ci tengo a sottolineare che non si è trattato di una scelta politica. Volevamo far sentire la nostra vicinanza a tutti coloro con cui condividiamo l’amore per quella bandiera. Non capita spesso di vedere una situazione come quella che si è verificata domenica ma bisogna riconoscere a Bartomeu la scelta di giocare nonostante le forti pressioni ricevute”.
Ramírez non vuol sentir parlare di referendum: “A me non compete entrare in queste decisioni, né tantomeno posso permettermi di dire se fosse giusto o sbagliato che si votasse – afferma – quello che sicuramente posso dire invece è che la nostra decisione non voleva essere una provocazione di alcun genere. Nessuno mi convincerà che usare la bandiera del mio paese, nel mio paese, sia una provocazione. In nessun modo”.

Locatelli “senza equilibrio”: like contro Bonucci

La terza sconfitta stagionale del Milan con la Roma, arrivata per la prima volta in casa dopo i passi falsi commessi a con Lazio e Samp, fa pensare che,  oltre alle questioni tattiche, ci sia un problema all’interno dello spogliatoio rossonero. L’arrivo di Bonucci a Milanello ha sicuramente avuto un impatto mediatico molto forte, anche se il neocapitano del Milan non è riuscito ancora a “spostare gli equilibri” del campionato e, al contrario, è riuscito ad attirare su di sè critiche e sfottò che fanno proprio riferimento a questi benedetti equilibri. Nelle ultime settimane l’ex juventino ha continuato a metterci la faccia – almeno sui social – continuando a postare messaggi motivazionali a tutto l’ambiente. Tuttavia, le uscite di Bonucci su Facebook, Instagram e Twitter non sono piaciute a molti tifosi, milanisti e non, che hanno iniziato ad attaccarlo in diversi modi. Proprio da uno dei commenti ricevuti da Bonucci, si sono scatenate alcune voci su presunte spaccature all’interno dallo spogliatoio milanista.  

Tutto nasce da un like sospetto di Manuel Locatelli che su Instagram ha messo mi piace al commento di una tifosa che aveva scritto: “paroleparoleparole #poverino #stavibenedovestavi” con chiaro riferimento a Leonardo Bonucci vista l’immagine postata. Una notizia che ha fatto il giro dei forum rossoneri e che infiamma ancor di più una situazione non di certo tranquilla. Lo stesso Locatelli, noto nell’ambiente per aver il like facile (soprattutto su Instagram, ne avevamo parlato qui) ci ha tenuto a precisare che è stato tutto dovuto ad “un gesto assolutamente involontario ed è impensabile che sia stato intenzionale. Leo è il nostro capitano, la squadra è unita e continuerà a lavorare per migliorare.” Con queste parole, scritte dallo stesso centrocampista in calce a uno dei suoi ultimi post, il giocatore sembra dunque chiudere definitivamente la questione, anche se in ogni caso il Milan non passerà una sosta per le nazionali molto serena dopo i risultati delle ultime giornate di campionato. Tra due settimane c’è il derby, ennesimo banco di prova per una squadra che è riuscita a entusiasmare i suoi tifosi solo in estate e alla prima difficoltà si è sciolta come neve al sole. 


Servirà ricompattarsi per ritrovare il giusto clima è la concentrazione per una partita delicatissima come quella con i cugini nerazzurri. Una soluzione, intanto, la suggeriscono gli stessi tifosi sul web: “lasciate perdere i social”, scrivono. E se i risultati sono questi, forse, non hanno completamente torto.

Dove giocherà il Barcellona dopo l’indipendenza?

Ci siamo. Dopo mesi di dibattito, oggi è il giorno del referendum di Catalogna. Non si è capito bene ancora cosa succederà in Spagna tra lo stato centrale e la sua comunità indipendentista e cosa ne sarà domani di una delle più importanti comunità autonome di Spagna. In attesa di scoprirlo, qui vi spieghiamo in 5 domande e risposte cosa succederà al Barcellona (e a tutte le altre squadre catalane) qualora avvenisse realmente la scissione.

Perché le squadre catalane non potrebbero giocare la Liga spagnola in caso di indipendenza della Catalogna?

Attualmente sono tre le squadre catalane che partecipano alla Liga, il massimo campionato in Spagna: Barcellona, Espanyol e Girona. Così come sono tre le squadre che partecipano alla Segunda División, corrispondente della nostra serie B: Barcelona B, Reus e Gimnàstic. Ebbene, queste compagini non potrebbero più partecipare alle competizioni organizzate dalla RFEF (la nostra Figc), in virtù dell’articolo 15 della Legge sullo sport che afferma: “Le società sportive anonime e le squadre che partecipano a un torneo professionistico dovranno iscriversi all’elenco delle società sportive della federazione corrispondente”.

La federazione spagnola potrebbe permettere al Barcellona di iscriversi comunque alla Liga?

No, perché infrangerebbe l’articolo del suo stesso regolamento, che “in virtù dell’articolo 15 della Legislazione dello sport, secondo il quale l’organizzazione territoriale delle federazioni sportive spagnole seguirà la l’organizzazione territoriale dello Stato e delle Comunità Autonome. I club dovranno pertanto essere iscritti e affiliati regolarmente alle rispettive federazioni e potranno svolgere la loro attività sportiva soltanto nelle competizioni ufficiali a cui la propria federazione partecipa”. 

A questo punto, potranno i club catalani iscriversi a un’altra federazione come, per esempio, quella valenciana?

A questa domanda, risponde sempre l’articolo 99 del regolamento federativo: “ In via del tutto eccezionale, la giunta direttiva della RFEF potrà autorizzare un club ad affiliarsi a una federazione anche se non è quella a cui corrisponde geograficamente. Tuttavia, questo permesso deve arrivare previo accordo tra le federazioni implicate, sempre che questa concessione sia approvata anche dall’Assemblea Generale della federazione ‘ospitante’”. Tuttavia, molti giuristi sostengono che questa non potrà comunque essere la giusta soluzione in caso di indipendenza della Catalogna, in quanto fa riferimento ad accordi tra due federazioni di due comunità autonome spagnole, ma in caso di secessione quella catalana non sarebbe più una comunità autonoma.

Perché allora i club di Andorra partecipano alla Liga spagnola?

I club del Primcipato di Andorra rappresentano l’unico caso di squadre che partecipano nei campionati spagnoli. Questo è possibile grazie alla 17ª disposizione addizionale della Legge dello sport, che permetto loro di iscriversi alle federazioni spagnole come accade con il MoraBanc, squadra di pallacanestro di Andorra, o il Fútbol Club Andorra che fin dalla sua fondazione nel 1942 appartiene alla Federazione spagnola e ha militato per 17 anni ha militato nella Segunda División B, corrispondente della Lega Pro italiana.

Potrebbe la Catalogna constituire una propria federazione e giocare un proprio campionato?

Per quanto visto in altri casi come per esempio Gibilterra, la cui federazione è stata riconosciuta dopo 15 anni dalla sua fondazione. Per questo, sarebbe un processo lungo e farraginoso e che dovrebbe terminare con l’approvazione del Congresso della Fifa, secondo quanto specificato nell’articolo 11 dello Statuto

 

Piqué, Guardiola e il minuto 17.14: quando il Camp Nou chiede l’indipendenza

Sento spesso dire che non bisogna mischiare sport e politica. Al contrario, a mio avviso è obbligatorio farlo perché lo sport è la proiezione del Paese nel mondo, e per questo è tanto importante. Non si possono separare le due cose”. Gerard Figueras è il Direttore Generale dello Sport della Generalitat catalana, il Ministro dello sport della regione che domenica potrebbe scegliere la propria indipendenza dalla Spagna.

La Gazzetta dello sport, 26 settembre 2017

Forse Gerard Figueras in quest’intervista alla Gazzetta dello Sport di qualche giorno ha fatto finta di dimenticare o, al contrario, ha semplicemente voluto ribadire per l’ennesima volta quanto il calcio sia un importante strumento di propaganda. Soprattutto in Catalogna e ancor di più in questi giorni in cui non si fa altro che parlare del referendum per l’indipendenza del primo ottobre.

Negli ultimi tempi, su questo blog, è stato trattato in maniera più o meno approfondita il tema della potenza mediatica del calcio a livello politico nella regione spagnola che chiede l’indipendenza. Vi abbiamo svelato quello che è successo al Camp Nou, prima di Barcellona-Juventus e dello striscione “Benvenuti nella Repubblica Catalana”. Vi abbiamo raccontato come anche una maglia, quella del Lleida, potesse diventare motivo di rivendicazione d’indipendenza. E infine vi abbiamo narrato le vicende di quello che nei giorni a seguire il triplice fischio è stato rinominato derbi del referendum, quello tra Girona e Barça, una partita che da evento sportivo si è trasformata in una festa politica della Catalogna.


Insomma, negli ultimi tempi il futbol (senza accento sulla u, perché parliamo di Catalogna) è stato più utile di qualsiasi proclamo, più efficace di qualsiasi manifestazione, più convincente di qualsiasi discorso fatto da un esponente della Generalitat o da questo o quell’Alcalde. Forse grazie al suo essere universale, il calcio è riuscito a trasmettere meglio di qualsiasi figura politica un messaggio ben preciso. Non è un caso se oggi la politica catalana si affida al Barcellona, squadra stellare e affermata a livello mondiale, per continuare a diffondere il seme scissionista. Barcellona è il Camp Nou sono ormai da anni il centro nevralgico ed economico del calcio internazionale grazie ai suoi campioni e ai suoi trionfi, nonostante il prorompente ritorno del Real Madrid negli ultimi due o tre anni. Sarà anche per questo che i catalani vogliono separarsi? Chissà, quel che è certo è che il calcio e tutto lo sport catalano ha le idee ben chiare a proposito del referendum. Lo si può evincere dal manifesto dello sport catalano a favore del Sì, in cui si spiega come dall’indipendenza la federazione sportiva catalana in generale, e tutto il movimento calcistico in particolare potranno trarre un vantaggio (anche di tipo economico) dall’indipendenza.

Il tutto viene puntualmente ribadito dagli stessi aficionats, alias i tifosi catalani, al minuto 17.14 di ogni partita, quando dagli spalti si alzano i cori indipendisti. Numeri che ricordano l’anno 1714, quando la Catalogna perse l’indipendenza durante la guerra di successione (e non di secessione) alla corona spagnola. È bene precisarlo, perché forse non tutti sono informati sulla storia spagnola. Prima di arrivare al 1714 e al celebre giorno della Diada, che ancora oggi viene celebrata a Barcellona e dintorni come “festa nazionale”, bisogna ricordare gli eventi del 1700, anno in cui morì senza eredi Carlo II. A contendersi il trono erano gli Asburgo di Vienna e i Borbone di Parigi. Il conflitto nacque all’apertura del testamento del re defunto quando si scoprì che il trono era stato assegnato a Filippo d’Angiò, nipote di Luigi XIV e di Maria Teresa. Nei conflitti che ne seguirono, la corona d’Aragona (uno dei regni di Carlo II) parteggiò per il pretendente austriaco, mentre i regni di Castiglia e Navarra diedero il proprio sostegno al pretendente borbonico. Con la vittoria di quest’ultimo, che divenne re col nome di Filippo V di Spagna che si occupò immediatamente di   promulgare dei decreti per punire i territori che si erano schierati dalla parte dell’arciduca Carlo. Stiamo parlando dei decreti di Nueva Planta: tra questi c’è anche quello relativo alla Catalogna, del 1716, precisamente due anni dopo la caduta di Barcellona e degli uomini di Rafael dopo l’assedio dopo l’assedio da parte delle truppe borboniche avvenuto l’11 settembre 1714. Con quel decreto, vennero soppresse tutte le istituzioni politiche catalane (la Generalitat – il Governo -, le Corts Catalanes – il Parlamento – e il Consell de Cent – il Consiglio dei Cento). Il viceré fu sostituito da un capitano generale e la Catalogna venne suddivisa in corregidurías anziché nelle tradizionali vegueries con l’istituzione di un il catasto per imporre gravami sulle proprietà urbane e rurali. Il catalano fu privato dello status di lingua ufficiale e sostituito dal castigliano, che fu obbligatoriamente introdotto nelle scuole e negli uffici giudiziari, mentre le università  catalane che avevano appoggiato l’arciduca d’Austria vennero chiuse o trasferite.

La coreografia del Camp Nou in un clásico del 2012 riproduceva la bandiera catalana

Quasi duecento anni più tardi, nasceva il Barcelona Futbol Club, la squadra che ha fatto conoscere al mondo dello sport il desiderio separatista di un’intera regione. E per uno strano scherzo scherzo del destino proprio quel club fu fondato da svizzeri e britannici, popoli che nel 2017 non appartengono all’Unione europea. Lo stesso destino della Catalogna se dovesse dividersi dalla Spagna, non senza ripercussioni dal punto di vista sportivo.

Non è qualcosa di recente, certo, ma negli ultimi anni il rito del minuto 17.14 è diventata un’abitudine sempre più caratterizzate delle partite che si giocano nella regione catalana. Inizialmente, furono proprio i culè, i tifosi del Barcellona, a dare l’iniziazione: lo si faceva dutante il clasico, l’incontro tra Real e Barça che più di ogni altro rappresenta l’etera lotta tra la Catalogna indipendentista e la Spagna nazionalista. Il rito del minuto 17.14 ha cominciato a scavallare i confini iberici il 23 ottobre 2012 quando i tifosi del Barcellona osservarono quest’usanza di intonari cori a favore dell’indipendenza nella gara di Champions League contro il Celtic. Guarda caso una squadra scozzese: ed è proprio la Scozia uno degli esempi più ricorrenti tra i catalani. Peccato che la prima uscita ufficiale in Europa del minuto 17.14 fu rovinata dal gol di Samaras, arrivato proprio al 17′ dal primo tempo (partita poi vinta in rimonta 2-1 dai blaugrana). Da allora quest’abitudine è stata conservata e si è rafforzata negli anni fino ai giorni nostri.

A gettar la benzina sul fuoco sono stati illustri personaggi del mondo del calcio catalano. Su tutti, due simboli del calcio catalano e barcellonista degli ultimi anni, come Piqué e Guardiola.

In settimana, un tweet di Gerard Piqué ha fatto di il giro della rete. In sostanza, il campione del Barcellona non ha fatto altro che ribadire il suo pensiero “catalanista”, come più volte aveva espresso in passato. L’hashtag #Votarem lanciato dal catalano non è passato inosservato ed è tornato indietro come un boomerang: #FueradelaSelección gli hanno risposto gli utenti di Twitter. Un crepa in un vaso di cristallo che sta potrebbe rompersi da un momento all’altro, soprattutto gli ultimi colpi ricevuti dai fischi del Bernabéu durante la gara tra Spagna e Italia. Per capirci: se l’inno spagnolo avesse un testo, Piqué non lo canterebbe. Eppure, nonostante gli screzi con il resto del paese, il giocatore continua a essere nella lista dei convocati di Lopetegui. L’ultima volta è stata ieri, quando il ct spagnolo ha annunciato quali saranno i 23 convocati per le sfide di qualificazione al mondiale di settimana prossima. E se giovedì parlava da vero rivoluzionario (“Da oggi a domenica esprimeremo il nostro pensiero in maniera pacifica – scriveva su Twitter – non gli daremo nessuna scusa. È quello che vogliono. E canteremo più forte che voteremo”), ieri il centrale del Barcellona è sembrato essere meno convincente commentando la sua convocazione in Nazionale: “Ho sempre detto che vestire la maglia della Nazionale è un orgoglio”. Parole che sembrano in contraddizione con quanto affermava un anno fa in un’intervista televisiva: “In un paese democratico come la Spagna, il diritto a poter decidere è la cosa più democratica che ci sia – spiegava – molte volte volte è stato proprio tutto questo a fare in modo che tutte le volte che ho giocato con la Nazionale ricevessi un certo tipo di trattamento”.


Chi ha le idee più chiare a proposito di referendum è l’ex allenatore di Piqué, Pep Guardiola, tra i più attivi sostenitori del Sí nel referendum del primo ottobre in Catalogna. Il tecnico del Manchester City sta seguendo attentamente le vicende della sua terra continuando a inviare messaggi favorevoli all’indipendenza: “Spero che sia una festa della democrazia – risposto ai giornalisti Guardiola alla vigilia della sfida con il Chelsea – e spero che le cose si svolgano in maniera pacifica come ha detto Piqué. L’ex allenatore del Barcellona, per ribadire questi concetti, ha anche prestato il volto alla campagna dell’Assemblea Nacional Catalana (ANC) per rivendicare il diritto al voto per i suoi concittadini. In un video distribuito dall’assocazione indipendentista, Guardiola chiede alle istituzioni di far votare la sua gente: “Mi sembra che la cosa più importante – spiega Guardiola – è applicare la democrazia quando un popolo chiede di votare. I desideri e le speranze dei catalani del ventunesimo secolo sono diversi da quelli del secolo scorso, soprattutto dopo la dittatura franchista”.

L’esempio più riccorrenre nei discorsi di Guardiola è quello che riguarda il caso della Scozia del settembre 2014: “La gente non sta chiedendo l’indipendenza, ma solo di andare a votare. La stessa cosa che fecero gli scozzesi con l’Inghilterra. Niente di piú. Dicono che è la legge, ma le leggi fanno altre leggi e le leggi cambiano le altre leggi in modo che queste leggi possano adattarsi meglio alle nuove società. Non è poi così difficile”.
 

Fekir, hai capito chi è il Papu Gomez?

Nel calcio, come in tutti gli sport, esiste il karma. Deve averlo imparato bene il capitano del Lione Nabil Fekir. La mezza punta francoalgerina si era presentato sfrontato e sicuro di sé, ai microfoni prima della sfida all’Atalanta di Gasperini. E quando un giornalista italiano gli ha chiesto del paragone con Gomez lui aveva avuto una reazione sorpresa e senza temere di essere impreparato: “Papu Gomez? Non so chi sia, personalmente non lo conosco. Se è bravo lo scoprirò domani”. 

Evidentemente, però, Fekir deve non dev’essere preparatissimo sui suoi avversari, come ad esempio il gol del Papu, segnato contro l’Everton nell’esordio in Europa League dell’Atalanta. La stessa partita che ha permesso giocatori del Lione di conoscere le qualità dei nerazzurri: “In effetti non sapevamo chi fosse l’Atalanta, ma guardando la partita con l’Everton abbiamo scoperto che è una buonissima squadra. Ma domani giochiamo in casa e vogliamo vincere”.

Dopo il pareggio della squadra di Gasperini, siglato proprio dal Papu Gomez al Parc Olympic Lyonnais, Fekir avrà imparato a non sottovalutare gli avversari europei. 

Dedica confusa di Insigne: mostra la maglia di Zielinski al posto di quella di Milik

Curioso scambio di persona dopo il gol di Insigne in Napoli-Feyenoord: il fantasista del Napoli avrebbe voluto esultare mostrando la maglia di Arkadiusz Milik ma qualcosa è andato storto.

Al posto della maglia dell’attaccante operatosi proprio in questi giorni per un nuovo infortunio al legamento crociato, Insigne ha mostrato la maglia di Zienliski che però è sano come un pesce.

Se Milik si sarà fatto una bella risata davanti alla TV, Zielinski invece avrà fatto gli scongiuri…

La prima “vittima” del Wanda è un bar dei tifosi del Real Madrid

La sfortuna di trovarsi al posto sbagliato, nel momento sbagliato. È quella che perseguita Joaquin e Mari, di 65 e 63 anni, dal preciso momento in cui l’Atletico Madrid ha annunciato la creazione del nuovo stadio, il Wanda Metropolitano, inaugurato lo scorso 16 settembre. 

 Dal 1986 gestiscono il bar Akelarre: per caprici, a quei tempi La Peineta non faceva ancora parte dell’arredo urbanistico di Madrid. E questo posto, in oltre trent’anni di storia, è sempre stato una roccaforte del tifo madridista. Dietro il bancone di Joaquin c’è una specie di “museo” dedicato alle merengues: ci sono l’ottava, la nona, la decima e anche le ultime due Champions League. Ci sono le foto di Zidane, Beckham, Ronaldo e Raúl. Articoli di giornali e le rose che hanno fatto la storia del Real. Peccato che oggi, a poco più di 500 metri dal bar sorge proprio la nuova casa rojiblanca. “Chi l’avrebbe mai detto”, spiega con un velo di tristezza negli occhi Joaquin, costretto a tenere il locale chiuso nel giorno d’inaugurazione del Wanda Metropolitano. 

Mesi fa il proprietario del bar Akelarre aveva raccontato già degli eventuali problemi che il nuovo stadio dell’Atleti avrebbe potuto causargli. Preoccupazioni che si sono trasformate in realtà: “La mia idea è quella di creare un luogo di fratellanza tra le due tifoserie, anche se pe il momento preferisco aspettare”, dice ad Abc Joaquin che nel fine settimana della “prima” del Wanda si è concesso un weekend di relax, forse anche a causa delle minacce che gli sono arrivate attraverso la rete. Tre giorni di riposo a Malaga dove oltre alla nipotina di 4 anni, ad aspettare Joaquin e Mari c’è la casa in cui si godranno la pensione: “Siamo ancora autosufficienti – racconta Joaquin – e volevamo aspettare che lei (Mari) raggiungesse l’età per andare in pensione e goderci lì quel poco che ci resta”.

La possibilità di un trasloco è da escludersi: Joaquin e Mari sono in affitto da trent’anni e sarebbe molto difficile per loro trovare qualcuno che gli dia, alla loro età, un locale in affitto. “Mi dispiace molto chiudere dopo tutti questi anni soprattutto perché da queste parti non è mai successo nulla. In questo bar sono venuti i tifosi di tantissime squadre e sono sempre stati accolti meravigliosamente”, spiega Joaquin che ha passato i giorni precedenti all’inaugurazione del Wanda cercando di coprire i simboli del Real Madrid presenti sulla facciata del suo bar. Intanto, molto dei vicini del bar Akelarre si sono attivati per aiutarlo rendendosi disponibile a segnalare qualsiasi atto vandalico alla polizia. Anche se in questo senso bisogna sottolineare il comportamento esemplare dei tifosi colchoneros che, nella prima serata nella nuova casa, non hanno creato problemi al bar Akelarre dove è stato ritrovato solo un pezzo di cartone su uno degli stemmi del Real sull’insegna. 

Per il momento Joaquin e Mari non sanno se continueranno a restare aperti nei giorni in cui l’Atletico giocherà in casa: “Speriamo di sì – commentano – soprattutto quando il Real giocherà lo stesso giorno. Quello che di sicuro sanno è che: “non vogliamo che ai nostri succeda qualcosa, solo perché qualcuno con la testa calda possa pensare ‘andiamo lì a fargliela pagare perché sono del Madrid’”. Il tempo darà la sua risposta: la vita del bar Akelarre dipenderà molto, se non completamente, dal di senso civico che avranno i cittadini madrileni. 

“La versione di Wanda”, così la procuratrice racconta Icardi ai bambini

Prima modella, poi procuratrice, adesso anche scrittrice. E se l’anno scorso è stato il marito a presentare la sua biografia, stavolta è stata Wanda Nara a cimentarsi nella pubblicazione del libro. Un’altra versione della vita di Mauro Icardi, dopo che era stato lo stesso capitano dell’Inter a raccontarsi non senza scatenare qualche polemica come ricorderà qualcuno.

Si chiamaUn campione nel campo e nella vita’ ed è stato presentato lunedì a Milano davanti a oltre duecento persone. Nelle prime file c’era la sua famiglia al gran completo: i cinque figli, ovviamente Icardi, e anche la madre, arrivata dall’Argentina tre giorni fa per l’occasione. 

”Sono interista e il mio desiderio è che Mauro possa essere capitano a vita dell’Inter”, ha spiegato Wanda Nara ai giornalisti e ai tifosi presenti, nonostante la voce fosse un po’ rotta dall’emozione. 

Le domande di Inter e calcio sono un tabù, fatta eccezione per i bimbi presenti nella platea della Libreria Rizzoli nella Galleria Vittorio Emanuele, a chiedere del futuro del capitano nerazzurro. ”Vuole rimanere all’Inter – risponde Wanda – è molto legato a questa società. Vincere con la maglia nerazzurra è il suo sogno e con la perseveranza, come spieghiamo nel libro, si possono realizzare i sogni”. Uno è già diventato realtà: quello di essere il centravanti della nazionale. Un sogno realizzato dal ct Sampaoli che lo ha convocato nella selezione Albiceleste: ”E’ il nostro centravanti. Il nostro nove”.

Tra gli aneddoti venuti fuori in conferenza stampa, Wanda ha raccontato di come Icardi faccia fatica a digerire le sconfitte: ”Per più di mezza giornata resta muto. Cerchiamo anche di fare poco rumore per non disturbarlo”. Racconti di vita quotidiana che sono scritti anche nel libro per bambini scritto da Wanda Nara. ”Siamo una famiglia che vive di calcio ma il calcio aiuta anche a vivere nella maniera giusta”, spiega l’autrice. Il rispetto delle regole, dell’avversario, la cura del corpo, l’importanza dell’amicizia e dell’impegno, valori indispensabili nello sport e per crescere nella maniera corretta. E poi, qualche ‘segreto tecnico’ da Icardi che insegna come calciare, come fare una rovesciata o un dribbling. Consigli per essere, appunto, ‘Campione in campo e nella vita’.