Spagna, arbitro impedisce al Lleida di indossare la maglia con i colori catalani

“Quella maglia non la potete usare”. I dirigenti del Lleida si saranno sentiti dire più o meno queste parole prima dell’incontro con il Saguntino, nella Segunda Divisiòn B spagnola. A pronunciarle, l’arbitro Pedro Campoy Candela: a pochi minuti dal fischio d’inizio dell’incontro, il direttore di gara ha impedito ai giocatori della squadra catalana di indossare la maglia ispirata alla Senyera, la bandiera della Corona d’Aragona utilizzata anche in Catalogna e nella comunità valenciana. Il club ha accusato direttamente la Federazione per questo particolare divieto: secondo alcune fonti del club catalano, infatti, la stessa federcalcio spagnola aveva dato l’ok al club per indossare la maglia “cuatribarrada” (con le quattro strisce rosse e gialle), nonostante questa non fosse presente tra le maglie di gara presentate ufficialmente. Per questo il club aveva incaricato l’azienda Joma di realizzare questa particolare divisa.

È stato lo stesso Lleida a comunicare la decisione con un comunicato pubblicato sul proprio sito ufficiale: “La terna arbitrale ci ha comunicato il divieto di giocare con la Senyera, nonostante la Federazione e l’Atletico Saguntino fossero a conoscenza del fatto che oggi avremmo giocato con la quella maglia, e che se non avessimo rispettato la decisione la partita non si sarebbe disputata. Ci hanno imposto di giocare in blu”.

Il club, lo scorso 20 settembre, aveva preso una posizione molto chiara rispetto agli arresti effettuati dalla Guardia Civil nei confronti degli esponenti del referendum del primo ottobre. Con un comunicato, il club aveva condannato quei fatti, in quanto: “impediscono l’esercizio dei diritti civili, come la libertà di espressione o il diritto al voto, da parte dei cittadini”. Il club inoltre esprimeva il suo “pubblico sostegno a tutte le persone, entità e istituzioni che lavorano ogni giorno per garantire questi diritti”.

Ma torniamo a questa domenica. Il Lleida se l’è presa un po’ con tutti, anche con i rivali del Saguntino: secondo i padroni di casa, infatti, il club ospite si è presentato di proposito all’incontro solo con la prima maglia (rossa) che avrebbe confuso gli arbitri, facendo riferimento all’articolo 216 del regolamento generale della RFEF secondo cui tutte le squadre che giocano in trasferta devono obbligatoriamente avere a disposizione due tipi di divisa differenti.

Ovviamente, la delusione per non veder giocare i propri beniamini con la Senyera ha provocato una reazione polemica nei tifosi del club che hanno intonato cori indipendentisti e inneggiato al referendum al 17esimo minuto del primo tempo della gara con il Saguntino.

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“Questo non è un gioco”, Guardiola e Il derbi del referendum: ecco perché lo sport catalano vota Sí

Montilivi voterà per l’indipendenza. Così come Girona. Il derby con il Barcellona di sabato sera, è stato ribattezzato in “Il derby del referendum”. La rivalità tra le due compagini in campo era talmente inesistente, che la partita vinta in scioltezza dalla squadra di Valverde, si è trasformata in uno spot per il voto dell’1-O, come lo chiamano in Spagna. Una sigla che c’entra poco con il calcio: non si tratta infatti di un risultato come si potrebbe credere in apparenza, ma dell’abbrevazione della data “1 di ottobre”. Così come avvenuto al Camp Nou in Champions, nella prima uscita europea del Barcellona, anche sabato allo stadio del Girona il calcio è stato “sfruttato” per fare propaganda politica. “No ens ho impediraan, vota!” (“Non ce lo impediranno, vota!”). Questo era il messaggio che ha accolto i tifosi che si dirigevano all’impianto sportiva subito dopo esser entrati nella città indipendentista. Nelle ultime elezioni generali, quelle in cui i partiti sovranisti, Esquerra Republicana e quello che era ancora noto con il nome di Convergenza Democratica de Catalunya, riuscirono a trovare ulteriori consensi nelle province di Barcellona e Tarragona, feudi in cui si era imposto En Comú Podem. A Girona e Lleida l’indipendenza ha continuato a salire. Nella capitale di Girona, per essere più concreti, Esquerra, in coalizione con Catalunya Sì, ha raggiunto i 10.415 voti. Convergència ne ha ottenuti 9.208. La terza forza, con 6.949, è rimasta ad una grande distanza.


A Girona si scommette fortemente sull’ideale indipendentista. Ci si scommette talmente tanto che, a volte, il ruolo di queste elezioni viene camuffato e “giustificato” con un pretesto: quello di avere il diritto di poter decidere. Il centro città è “impacchettato” da volantini e striscioni di propaganda a favore del referendum. L’unica scelta, da quelle parti, è una e una soltato: un Sì in condizionato. “Ho una possibilità sola di votare e non avrò paura di sfruttarla”, dice un ragazzo in uno dei manifesti.

La estelada, la bandiera tipica della Catalogna, è stata la più utilizzata nel derbi català. Perchè il calcio, ancora una volta diventa motivo di unione, stavolta politica. Attorno al Montilivi i volontari di ANC sponsorizzavano il referendum, proprio come fatto al Camp Nou prima di Barcellona-Juventus. Sugli spalti, tra i volantini colorati con il Sì ben evidente al centro e annunciato dagli altoparlanti dello stadio, un’ovazione accoglie Carles Puigdemont l’ex sindaco di Girona, oggi presidente della Generalitat catalana. Scemati gli applausi, risuona l’inno di Catalunya, “Els Segadors” e sulle sue ultime note risuona il coro: “Votarem“. Non c’è bisogno di altre traduzioni. E se qualcuno non avesse ancora capito bene dove si trovi, sulla facciata della facoltà di Scienze nel campus universtario di Girona c’è un messaggio a ricordaglielo: “Welcome to the Catalan Republic”. Lo stesso che copriva metà della curva del Camp Nou neanche due settimane fa e che aveva messo in imbarazzo il presidente bianconero Andrea Agnelli di fianco al suo “collega” Bartomeu.


“Esport pel Sí”, il manifesto degli sportivi catalani – La verità è che in Catalogna questa cosa del referendum l’hanno presa molto sul serio anche gli sportivi. La voglia di separatismo ha talmente influenzato tutti, che anche i protagonisti del “gioco di squadra” e dell'”insieme si vince” hanno deciso di voler continuare da soli. Il tutto è anche ufficializzato da un sito internet ad hoc: “Esport pel Sí“. Il messaggio è chiaro ed è ben spiegato nel manifesto presente nella homepage: “Lo sport catalano vincerà grazie al tuo sì”. A sostegno di quanto dicono, c’è anche uno studio economico. Secondo il manifesto catalano lo sport riceverà grandi benefici dall’indipendenza: calcolano che, se la separazione dovesse verificarsi, lo sport riceverebbe una crescita di quasi 90 milioni di euro e oltre 700 posti di lavoro nel giro di tre o quattro anni. Aumenterà anche il numero di atleti catalani che parteciperanno alle Olimpiadi: “Dai 98 attuali ai 129/149 sportivi che, nel medio periodo, potranno aspirare a ottenere tra le 8 e le 9 medaglie“, si legge. E se la Federnuoto catalana sarà la Federazione con l’unico bilancio “leggermente” negativo, i catalani si potranno rifare ovviamente con il calcio che vedrà crescere gli introiti del 72%, seguita da pallacanestro e tennis. Tutto ciò, ovviamente, sarà gestito dal COC: il Comitato Olimpico Catalano. E così nel video spot del sito figurano molti famosi sportivi: la doppia medaglia d’argento olimpica, Natalia Vía-Dufresne, è il volto più riconoscibile in una campagna che vede oltre a tecnici come Anna Tarrés (sincronizzato) o Salva Maldonado (basket), anche ex atleti come Sergi Ten (beach volley) o Marta Vilajosana (ciclismo).

Lo spot di Guardiola – Tra i più attivi sostenitori del Sí nel referendum del primo ottobre in Catalogna c’è sicuramente Pep Guardiola. L’allenatore del Manchester City sta seguendo attentamente le vicende della sua terra continuando a inviare messaggi favorevoli all’indipendenza: “Mi sembra che la cosa più importante – spiega Guardiola – è applicare la democrazia quando un popolo chiede di votare. I desideri e le speranze dei catalani del ventunesimo secolo sono diversi da quelli del secolo scorso, soprattutto dopo la dittatura franchista”.

Il tecnico catalano, piú volte interpellato dai giornalisti sull’argomento, utilizza spesso il paragaone con il caso della Scozia del settembre 2014: “La gente non sta chiedendo l’indipendenza, ma solo di andare a votare. La stessa cosa che fecero gli scozzesi con l’Inghilterra. Niente di piú. Dicono che è la legge, ma le leggi fanno altre leggi e le leggi cambiano le altre leggi in modo che queste leggi possano adattarsi meglio alle nuove società. Non è poi così difficile”.

L’ex allenatore del Barcellona, per ribadire questi concetti, ha anche prestato il volto alla campagna dell’Assemblea Nacional Catalana (ANC) per rivendicare il diritto al voto per i suoi concittadini. In un video distribuito dall’assocazione indipendentista, Guardiola chiede alle istituzioni di far votare la sua gente.

 

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Un bimbo tra i bambini: le marachelle di Donnarumma a “Chi ha incastrato Peter Pan”

Dopo aver passato l’estate ad allenarsi su fondamentale in cui era piuttosto carente (il dribbling ai giornalisti), Gigio Donnarumma è tornato a farsi intervistare in televisione. Tuttavia, la decisione di sottoporsi alle domande dei bambini del programma “Chi ha incastrato Peter Pan”, condotto da Paolo Bonolis non è stata la più azzeccata se il portiere del Milan pensava di evitare di raccontare la sua particolarissima estate.I bambini, si sa, sono sempre a caccia della verità, molto più di quanto facciano i giornalisti – quelli veri – e anche ieri sera è arrivata la conferma con un vero e proprio “interrogatorio” a Gigio che, non sempre, è riuscito a parare le bordate dei suoi intervistatori.

“Quanto guadagni?”, gli chiede quasi subito una bambina mettendolo in imbarazzo. Gigio risponde con timido sorriso, dicendo: “Sei”. La bambina lo incalza: “Sei euro?”.

Poi, ovviamente, non si può far a meno di parlare di mercato: “Perché non sei andato al Real Madrid?”, e ancora: “Andresti alla Juve?”. Forse Gigio non si aspettava di dover volare così tante volte da un palo all’altro: “Il Milan è la mia famiglia e ho un contratto di 4 anni”. Anche se non sembra convincere più di tanto i suoi piccoli intervistatori, che continuano: “Giocheresti per l’Inter?”. A questo punto, è lo stesso Bonolis che dopo averlo sfottuto da buon interista soccorre il “nemico” in difficoltà: “No, ma noi diamo solo 5 euro all’anno. Vuoi mettere lui che in 4 anni ne guadagna 24?”.

Ripresentatosi a San Siro non più da primo della classe, ma da ripetente, tanto da meritarsi gli scoppolotti di “zio Mirabelli”, Gigio dovrà riguadagnarsi la fiducia di molti tifosi con le sue parate e lo stesso dovrà fare con i suoi professori che lo aspettano ancora per affrontare quell’esame di maturità rinviato a causa dell’impegno con la Nazionale Under 21 e del tira e molla con il Milan per il rinnovo del contratto. E forse, viste le circostanze, Gigio non era ancora pronto per essere definito “maturo”.

La materia con cui ha più difficoltà, racconta Gigio, è il diritto, ma anche in matematica non sembra cavarsela benissimo: Bonolis gli detta un problemino da elementari riguardante dei pacchetti di figurine, ma Gigio gli chiede la calcolatrice. Insomma, meglio lasciarlo lì tra i pali a guadagnare i suoi sei euro. Chissà quante figurine potrà comprarsi…

Benvenuti al Wanda Metropolitano: la nuova casa dell’Atletico Madrid

Madrid. Linea 7, direzione Wanda Metropolitano. Da queste parti si respira aria colchonera e non potrebbe essere altrimenti. Siamo nella zona dove sorgeva La Peineta, uno stadio pensato per le gare d’atletica e inaugurato il 6 settembre 1994. Dopo 23 anni è uno degli impianti più all’avanguardia in Europa anche grazie all’espansione della sua capienza: da ventimila a sessantasettemila posti.
Che sia la nuova casa dell’Atletico Madrid lo si capisce subito, giusto il tempo di scendere dal ‘metro’. Ai lati della fermata Estadio Metropolitano si viene già catapultati in 114 anni di storia: c’è il primo stemma dell’Atleti, quello tondeggiante blu e bianco, realizzato da alcuni studenti baschi che si erano messi in testa di creare una società satellite dell’Athletic Club de Bilbao, riprendendone colori e simboli.

Di seguito tutti gli altri stemmi adottati dalla squadra di Madrid, molto più simili all’attuale con l’Orso e il madroño simbolo della città. Fra gli altri spicca anche lo scudo utilizzato dal 1939, dopo la guerra civile spagnola: il simbolo dell’Atletico si arricchisce della corona Reale e di un paio d’ali, a suggellare la fusione tra il club e l’Aviazione Nazionale. 

Dall’altro lato della fermata, i cartelloni ricordano tutti i “traslochi” della bandiera rojiblanca. C’è il Ronda De Vallecas (1903-1913), il primo campo dell’Atletico, a due passi dal Parque del Retiro. Subito dopo l’O’Donnel (1913-1923), il primo stadio ufficiale, con una capienza di diecimila posti posizionato proprio di fronte allo Stadio del Real. Dal 1923 l’Atletico ha la sua prima vera casa, quella in cui giocherà per 43 anni. È lo stadio Metropolitano, 25mila posti, parzialmente distrutto dopo la guerra civile.

Secondo la leggenda, unendo su una mappa le strade dell’epoca con lo stadio Metropolitano, veniva ricreato lo scudo dell’Atletico Madrid.

Dopo il conflitto, i colchoneros dovettero traslocare nuovamente prima di stabilirsi al Vicente Calderón. Quegli anni di transizione li trascorsero a Vallecas, in coabitazione con il Racing Madrileño. Il primo stadio “a colori” – che poi fino a oggi è anche l’unico – il “Manzanares” che poi assumerà la denominazione di Calderón e ospiterà le partite casalinghe dell’Atletico fino a oggi. Fino a quando il Cholismo non ha riportato l’Atleti ai vertici del calcio spagnolo, il record più importante di quest’impianto fu quello di essere uno tra i primi in Europa ad avere posti a sedere per tutti gli spettatori.

Saliamo con la scala mobile e guardando ancora una volta quelle immagini sembra già di essere in una specie di museo dell’Atletico. Il tratto è breve e appena messo il piedi fuori dal tunnel ci si ritrova subito ai piedi di questo gigante.

A guardarlo, sembra un’astronave: un disco argentato e “alleggerito” dalle sua forme curvilinee. I rivestimenti bianchi e rossi conferiscono quel tocco di elegante “Colchonerismo”. La società lo aveva immaginato proprio così fin dal 2013, anno in cui il club decide di acquisirlo per sostituire Vicente Calderón sfruttando al massimo il potenziale del vecchio stadio Olimpico.


Con lo scopo di renderlo il suo stadio ufficiale, il Club Atlético de Madrid si affida allo studio Cruz y Ortiz Arquitectos per progettare un design spettacolare che soddisfi i più alti standard di comfort, sicurezza e visibilità, in linea con un approccio architettonico moderno e innovativo. 

La sua particolarità potrà essere apprezzata proprio a ridosso della partita con il Malaga, dove verranno svelate le qualità del primo stadio completamente in LED del mondo. Da qui in avanti l’impianto sarà la cornice in grado di trasformare qualsiasi evento in uno spettacolo indimenticabile. Il nuovo stadio di Atletico Madrid ha camere con terrazza e una vista perfetta del campo. Al suo interno ci sono 22 spazi polifunzionali (da 250 a 3.500 metri quadrati), un auditorium con una capacità di 400 ospiti e una suite premium. Tutte le sale nella “pancia” del Wanda Metropolitano dispongono di grandi TV LCD, connessione multimediale, WiFi ad alta velocità. Le zone premium offrono la possibilità di allestire ogni tipo di conferenza, convegna, fiera professionale, anche da parte di esterni: un centro incredibile che garantirà al club nuovi ingressi economici, anche extra-calcistici.

Insomma, ci sarà da divertirsi cari colchoneros: Benveunti al Wanda Metropolitano. Benvenuti nel futuro.

“Welcome to the Catalan Republic”: ecco la propaganda del Camp Nou

La festa del Camp Nou di ieri sera non è stata solo una festa del calcio e neanche l’ennesimo show di Leo Messi, uno dei tre più grandi di sempre. Quello che abbiamo visto ieri sera a Barcellona non capita spesso fuori e dentro un campo di calcio. Quante volte infatti, nella storia recente di questo sport, dentro e fuori uno stadio si è parlato di politica? Certo, le curve italiane sono storicamente legate a questa o a quella ideologia ma sempre meno si esprimono in maniera così decisa e unita attorno a un campo di calcio. 
Abbiamo provato a rivedere la partita di ieri con un altro occhio, quello di chi non si fa abbagliare dalle magie di Messi e che mette da parte lo sfottò. Sì, perchè ieri a Barcellona si è parlato ancora una volta di indipendenza con una propaganda che è iniziata già dalle 18.30, quando i primi sostenitori del separatismo catalano si sono radunati agli ingressi del Camp Nou per distribuire i volantini del “Si definitiu”, il Sì definitivo da scrivere sulle schede del referendum del primo ottobre, quando (teoricamente) il popolo di Catalunya sarà chiamato a votare per decidere se diventare uno stato autonomo, al di fuori del territorio spagnolo.

Apparentemente la situazione sembra essere molto equilibrata: se è vero che molti sono i favorevoli alla separazione, c’è da dire che altrettanti sono quelli che vorrebbero restare legati alla Spagna. Anche se le immagini del Camp Nou mostravano tutt’altro. Ieri il calcio è stato “sfruttato” per veicolare un messaggio politico ben preciso: “Indipendenza!”. Molti si saranno accorti degli striscioni apparsi nella curva blaugrana a ridosso del fischio iniziale del match, quelli che volevano dare un messaggio alla Spagna e all’Europa: “Benvenuti nella Repubblica Catalana”, un messaggio da far passare attraverso le telecamere della Champions League, la più importante manifestazione sportiva dopo i mondiali di calcio.

Una competizione che rappresenta l’Europa, un’Europa dove si cerca di unire più che dividere. Ed è forse proprio per questo motivo che all’ingresso in campo l’inno della Champions League è stato fischiato come si fa quando si gioca contro un rivale difficile da battere o contro un acerrimo nemico. Chissà come sarebbe la Champions League senza il Barcellona, sicuramente meno spettacolare. Anche se non è proprio sicuro che i vari Messi, Suarez, Dembelè e via dicendo continuerebbero a vestire la maglia blaugrana, senza la Champions League.

La sintesi della serata la si può riassumere nel siparietto tra il presidente del Barcellona Josep Maria Bartomeu e il suo “collega” juventino Andrea Agnelli che, sorpreso da quegli striscioni ha chiesto al numero uno catalano una spiegazione. Come a dire: “Perché allo stadio ci sono questi messaggi?”. Sembra stranissimo, ma è così: stavolta siamo noi a stupirci degli altri. La risposta di Bartomeu forse è stata ancor più imbarazzante: “Welcome to the Catalan Republic”, ha sussurrato il presidente ad Agnelli che non ha potuto far a meno di nascondere sotto i baffi, o meglio la barba, una risata a denti stretti. Forse non aveva ancora smaltito l’euforia della Díada, il giorno della festa di Catalunya. Fatto sta che davanti alle telecamere, Bartomeu non è stato altrettanto spavaldo: “Noi come club, non ce la sentiamo di prendere una posizione”. Ecco, speriamo che tra quindici giorni i catalani facciano un passio indietro alla stessa maniera. 

Romagnoli e il mistero della sigaretta su Instagram

Non è la prima volta che un calciatore resta vittima di un momento di leggerezza sui social. E ieri sera a finire nella “trappola” della condivisione è stato Alessio Romagnoli. 

Il difensore del Milan, subito dopo la vittoria dei suoi nel ritorno del secondo turno preliminare di Europa League, ha postato tra le storie di Instagram un fotomontaggio in cui apparivano i suoi compagni di squadra in una scena dei “Simpson”. Fin qui nulla di strano. Tuttavia, a guadare bene l’immagine è evidente che la foto in questione altro non era che uno screenshot preso direttamente dalla galleria di immagini presente sul telefonino del calciatore. 

L’occhio però non ha potuto fare a meno di andare in basso dove c’erano gli ultimi scatti realizzati dallo smartphone di Romagnoli. Fra questi spicca una foto in cui appare il difensore rossonero con qualcosa di molto simile a una sigaretta tra le labbra. Un sospetto che sarebbe confermato dal fatto, che a distanza di pochi minuti il calciatore ha cancellato l’immagine dalle proprie storie di Instagram per postare la stessa foto, ma stavolta con uno sfondo nero. 


Il dubbio resta, anche perché l’immagine ingrandita è poco chiara: probabilmente, dopo l’arrivo di Bonucci che gli ha ridotto notevolmente le probabilità di vestire una maglia da titolare Romagnoli avrà provato a smaltire la tensione con una sigaretta…

Parte il campionato e si riaccendono le stelle

Non inizierà sotto il sole di Riccione l’86esima edizione del campionato di Serie A a girone unico, anche se il caldo sarà più o meno lo stesso visto che si inizia il 20 agosto. Nel bel mezzo delle vacanze, tra le granite e le granate, molti tifosi magari saranno costretti a dire ad amici e parenti: Subeme la radio, per non perdersi la prima uscita della propria squadra del cuore, magari impossibilitati – causa ferie – a vedere le partite in televisione. 

L‘estate è tornata anche quest’anno, ma rispetto alle ultime stagioni ha provocato qualche stravolgimento in più con un calciomercato che ha riservato qualche sorpresa e, come al solito, non ci si può risparmiare da un’analisi, anche solo sommaria, della griglia di partenza del nuovo campionato. Protagonisti indiscussi dell’estate pallonara sono stati Fassone e Mirabelli che, grazie alla liquidità della nuova proprietà, si sono scatenati come tori a Pamplona rivoluzionando completamente il Milan, squadra su cui saranno puntati gli occhi di tutti dopo una spesa che non si vedeva dall’inizio della presidenza Berlusconi.

A far Volare gli entusiasmi dei tifosi milanisti è stato l’acquisto del neocapitano Leonardo Bonucci che, dopo 7 anni di vittorie alla Juventus, ha salutato tutti per dire al Milan: “Voglio ballare con te“. Lasciatosi lo sgabello di Oporto e lo spogliatoio di Cardiff alle spalle, il difensore della Nazionale è stato accolto come una star a Casa Milan dove ad aspettarlo c’era un esercito del selfie di tifosi pronti a immortalare la sua firma con il proprio smartphone. 

Gli juventini, che non l’hanno presa benissimo, sperano che al Milan l’unica cosa che continui a ballare sia la difesa. L’euforia rossonera è invece giustificata: si è passati dalla possibilità di vedere Donnarumma in bianconero, al trattenerlo con tanto di ciliegina Bonucci. Non senza pagare, ovviamente: vedi Donnarumma. A proposito: saluta Antonio!

I campioni d’Italia però non si sono scomposti più di tanto, nonostante l’estate dopo Cardiff non sia stata memorabile. A Torino si sono detti che accade tutto per una ragione, è quella ragione magari è Allegri: la Juve ha scelto di sacrificare il suo top player per il suo top manager. Si sa che troppi top nel pollaio non possono stare. Per questo i bianconeri hanno salutato e ringraziato Leo, il pezzo di me andato via, e si sono tuffati nella nuova stagione. Al momento però l’avvio della Juventus è stato piuttosto Despacito, vista la sconfitta in Supercoppa con la Lazio e le parole non proprio al miele dette dagli ex della Vecchia Signora. Anche questo però non sembra un problema: d’altronde gli ex non parlano mai bene delle proprie storie passate. Tuttavia, siamo sicuri: la Juve resta la favorita per l’ottavo scudetto consecutivo e tornerà la corazzata degli ultimi sette anni. Pasito a pasito.

Gli altri non sono stati a guardare. Il Napoli sembra l’antagonista numero uno di Buffon e compagni, come visto nel preliminare di Champions con il Nizza. Pare infatti che Sarri, prima del match abbia detto ai suoi: “Bon Appétit”, tanto che Mertens e compagnia hanno sbranato la squadra di Snejider e Balotelli. No promises ai tifosi per l’Inter: Spalletti e gli acquisti viola di Borja Valero e Vecino non hanno fatto saltare sulla sdraio il popolo nerazzurro – anche a causa dello sfarzoso mercato dei cugini – ma c’è da dire che la rosa è competitiva e può puntare in alto grazie a un tecnico preparato e che, soprattutto, ha curato l’intera preparazione della squadra. Cosa che non era avvenuta l’anno passato con l’avvicendamento estivo tra Mancini e De Boer. Un pelino dietro vediamo la Roma: i giallorossi hanno perso Salah dal punto di vista tecnico, Totti da quello umano ed emotivo. Di Francesco è un allenatore che meritava di allenare una big e probabilmente era il più indicato a gestire una piazza come quella giallorossa, se non altro perché la conosce. Tuttavia c’è ancora tempo per giudicare. Siamo appena partiti adesso. Dall’altro lato del Tevere la Lazio si gode i suoi Happy Days dopo il trionfo sulla Juve: i biancocelesti continueranno a dar filo da torcere alle “solite”, merito di uno strepitoso Simone Inzaghi e di un Immobile in versione Zemanlandia.

E se gli arbitri dicono fidati ancora di me, la Serie A risponde con un vecchio tormentone: “Vorrei, ma non posso”. Ed ecco la Var il cui vero compito sarà quello di evitare i litigi tra gli amici di una vita, gli screzi tra padri e figli, le interminabili discussioni sui gruppi di WhatsApp. Saremo pronti? Forse solo per un po’. Quello di cui siamo sicuri è che siamo ancora qui ognuno ad aspettare la cosa più bella che ha: il pallone. Tu conmigo, yo contigo. 

Ed eccoci: riparte il campionato, si riaccendono le stelle!

Bonucci rossonero lancia il  tormentone: “Passiamo alle cose formali”, ecco com’è cambiata la musica a Casa Milan

Pamplona? Riccione? Mi fa volare o Despacito? Nessuno di questi. Il tormentone dell’estate milanista è “Passiamo alle cose formali”. Con buona pace di Rovazzi e Enrique Iglesias. È la frase di Marco Fassone il ritornello preferito dai tifosi rossoneri in questa incredibile sessione di calcio mercato. I dieci acquisti portati a termine in coppia con Mirabelli hanno fatto salire la temperatura, già elevata, a Casa Milan. L’arrivo di Leonardo Bonucci in rossonero ha fatto riscoprire ai tifosi milanisti delle emozioni che non si provavano da anni. Quelle del calciomercato. Parola quasi dimenticata nelle ultime stagioni della vecchia proprietà e quasi inutilizzata alla vigilia dell’interminabile closing. Ed ecco che per molti tifosi tornare ad aspettare sotto il sole cocente di luglio sembra il sogno di un pomeriggio di mezza estate. O la fine dell’incubo di un lustro decadente. Dipende dai punti di vista.

Sì, perché se il tormentone di questa ricca estate rossonera è il “passiamo alle cose formali” di Fassone, non si possono dimenticare gli epici tormentoni del suo storico predecessore: l’ex Ad, tornato da pochi mesi geometra, dottor Adriano Galliani. Sotto la sua regia se ne sono viste di tutti i colori e chissà quante sono rimaste segrete. Ritornelli che si sono infilati nelle orecchie dei milanisti per mesi e rilanciati di sessione in sessione.

A pochi minuti dall’approdo in rossonero di Bonucci sembra passata un’eternità, ma in realtà stiamo parlando di appena un anno fa. Come dimenticare tra i tormentoni del recente mercato milanista i vari “se non parte nessuno, non arriva nessuno” o “siamo a posto così”. Magari dopo aver acquistato gente del calibro di Constant, Taiwo o Vangioni. 

Una delle più belle storie in tal senso è quella legata ad Aly Cissokho. Estate 2009. Sembra tutto fatto per il passaggio del terzino del Porto a Milanello: 15 milioni l’offerta del club rossonero per il giocatore che arriva in città per sostenere le visite mediche prima di firmare. Una firma che non arrivò mai per un misterioso problema ai denti, riscontrato solo dallo staff medico. In realtà, dietro quella vicenda c’era stato un tentativo da parte del Milan di voler cambiare l’accordo con la squadra di Cissokho. Fatto sta che nessuno ha saputo più niente di quale fosse il problema del povero Cissokho: se una carie, un ascesso o un ponte saltato. 


Da lì in poi è stata un’escalation di imbarazzanti uscite da parte dell’ormai ex Ad. Forse anche nel tentativo disperato di salvare la baracca che gli stava sfuggendo dalle mani. Come farebbe un innamorato di fronte all’evidenza di una storia ormai finita. Ed ecco che l’arrivo con un jet privato per niente di meno che José Sosa e lo sgarbo al Cagliari per prendere Mati Fernández alla fine della scorsa estate sono stati solo gli ultimi sussulti di quello che per anni è stato considerato il Re del mercato. Arrivato a fine carriera come un condor spennato, senza più fame e voglia di volare.

E se fino ad aprile, ad una settimana dal closing, il tormentone era “i cinesi non esitono”, adesso le cose sono leggermente cambiate. D’altronde si sa ci sono tormentoni che durano di più, altri che durano di meno. E infatti già da un paio di settimane c’è un nuovo tormentone, “passiamo alle cose formali”, la frase che l’Ad Fassone pronuncia prima della firma di ogni nuovo acquisto. E c’è anche chi ovviamente si è fatto prendere la mano realizzandone improbabili remix diventati in poco tempo virali. Fatto sta che nel giro di pochi mesi, al Milan la musica è cambiata e “passiamo alle cose formali” resterà nella speciale hit parade rossonera ancora per un po’.

La favola di Pinocchio: il numero uno tornato “nessuno” per averne traditi centomila

Uno, nessuno e centomila. Centomila, nessuno uno solo. Se volessimo analizzare la telenovela sul rinnovo di Donnarumma con il Milan, potremmo raccontarla grazie alla versione palindromica del titolo pirandelliano. E vi spieghiamo il perché.

All’inizio ce n’era uno. Gianluigi Donnarumma, stella emergente del calcio italiano, il portiere diciottenne a cui era destinata la gloria eterna e il destino di eterna bandiera del Milan. Una nuova dirigenza pronta a credere in lui. Un contratto faraonico e sul tavolo anche la fascia di capitano che fu di Maldini, Baresi e Rivera. Poi c’era nessuno: ovvero quelli che credevano che Gigio non avrebbe prolungato il suo contratto in rossonero. E poi c’erano i centomila tifosi milanisti, orgogliosi di aver ritrovato un portabandiera dopo anni di buio. In sostanza: Nessuno si aspettava quello che si aspettavano i centomila. 

Il calcio però, ancor più quando ci sono di mezzo i soldi, può riservare sorprese beffarde. E se ci sono famiglie spaccate per questioni legate a una mancata eredità, figurarsi se un ragazzino di 18 anni non cada nel tranello più vecchio del mondo. Quello dell’amore a pagamento. Così Gigio, uno, o meglio, il solo beniamino dei tifosi si è trasformato in Pinocchio, il burattino bugiardo che dice di voler bene al babbo ma che poi in realtà affida le sue quattro monete d’oro a chi gliene aveva promesse molte di più. Qui sta il ribaltone del titolo. Dopo giorni di nuova riflessione, silenzi, finte banconote, sorrisi e papere (reali e virtuali) Gigio è tornato all’ovile, ripercorrendo la stessa strada che lo aveva allontanato da casa: quelle delle monete d’oro. Una in più all’anno. Per non dire più bugie e tornare il ragazzo modello di un tempo.

Ma se è vero che il calcio e la vita vanno spesso di pari passo, non si può dire che il medesimo parallelismo ci sia tra la stessa vita e le favole. La situazione si adesso è rovesciata: quei centomila sono ancora lì, alcuni di loro pronti anche a riabbracciarlo come Geppetto con Pinocchio. Ma per tantissimi altri lo strappo resta difficile da ricucire. Tutto dipende da Gigio, tornato un signor nessuno dopo esser stato il numero uno. L’all-in del mancato rinnovo iniziale gli porterà qualche moneta d’oro in più nei guantoni, ma gli ha fatto perdere tantissimo credito a livello di stima.

In piedi ne è rimasto soltanto uno, l’highlander dei procuratori. L’unico capace di vestire sia i panni del Gatto, sia quelli della Volpe: Mino Raiola. In fin dei conti è riuscito ad ottenere quello che voleva: un milione di euro in più per il suo assistito che, tradotto, significa una fetta di torta più grande per lui, e una doppia clausola rescissoria. Quella che gli permetterà di andarsi a mangiare l’intero buffet dei dolci da qualche altra parte, qualora le cose al Milan non dovessero andar bene. E non è una favola. Nelle favole i cattivi non vincono mai. E gli hacker prevedono il futuro.

Baci di Giuda

È ufficiale, Donnarumma non rinnoverà il suo contratto con il Milan. Dopo l’incontro tra la dirigenza rossonera e l’agente del giocatore, Mino Raiola, la società ha comunicato che il portiere non vuole proseguire la carriera nel Milan. Anche Gigio ha scelto i soldi alla gloria. A distanza di un paio di settimane, ripensare che molti si meravigliavano dell’affetto dei romanisti nell’ultima gara in giallorosso del loro Capitano stupisce. Gigio ha fatto una scelta dopo baci, promesse da marinaio e anche qualche bugia (qualche giorno fa aveva fatto sapere di essere in cerca di casa a Milano). 

Non tutti se lo sarebbero aspettato. Non tanto per quei baci sulla maglia, no. Fa riflettere come un ragazzino che ha appena preso la patente sia riuscito a dire no a 4,5 milioni di euro all’anno a un club che lo ha fatto diventare quello che è oggi. Discorso romantico, vero, ma c’è comunque da sottolineare che a quelle cifre Donnarumma al Milan non avrebbe fatto la fame. Ecco perché i tifosi rossoneri non la manderanno giù: restare con la vecchia società e a cifre molto più basse sarebbe stato difficile e un’eventuale cessione sarebbe stata addirittura comprensibile. Adesso, con un Milan che è tornato a far mercato a giugno (non accadeva da anni) e con una società determinata a riportare il club nelle zone alte della classifica, la decisione di Gigio diventa inspiegabile. Non solo: ai soldi si sarebbe aggiunta la fascia da capitano e una carriera da leggenda rossonera. Non sarà così. Anzi, tradimenti del genere nel calcio pesano e possono segnare una carriera. Per informazioni, rivolgersi a Leonardo e Cassano.