Dove giocherà il Barcellona dopo l’indipendenza?

Ci siamo. Dopo mesi di dibattito, oggi è il giorno del referendum di Catalogna. Non si è capito bene ancora cosa succederà in Spagna tra lo stato centrale e la sua comunità indipendentista e cosa ne sarà domani di una delle più importanti comunità autonome di Spagna. In attesa di scoprirlo, qui vi spieghiamo in 5 domande e risposte cosa succederà al Barcellona (e a tutte le altre squadre catalane) qualora avvenisse realmente la scissione.

Perché le squadre catalane non potrebbero giocare la Liga spagnola in caso di indipendenza della Catalogna?

Attualmente sono tre le squadre catalane che partecipano alla Liga, il massimo campionato in Spagna: Barcellona, Espanyol e Girona. Così come sono tre le squadre che partecipano alla Segunda División, corrispondente della nostra serie B: Barcelona B, Reus e Gimnàstic. Ebbene, queste compagini non potrebbero più partecipare alle competizioni organizzate dalla RFEF (la nostra Figc), in virtù dell’articolo 15 della Legge sullo sport che afferma: “Le società sportive anonime e le squadre che partecipano a un torneo professionistico dovranno iscriversi all’elenco delle società sportive della federazione corrispondente”.

La federazione spagnola potrebbe permettere al Barcellona di iscriversi comunque alla Liga?

No, perché infrangerebbe l’articolo del suo stesso regolamento, che “in virtù dell’articolo 15 della Legislazione dello sport, secondo il quale l’organizzazione territoriale delle federazioni sportive spagnole seguirà la l’organizzazione territoriale dello Stato e delle Comunità Autonome. I club dovranno pertanto essere iscritti e affiliati regolarmente alle rispettive federazioni e potranno svolgere la loro attività sportiva soltanto nelle competizioni ufficiali a cui la propria federazione partecipa”. 

A questo punto, potranno i club catalani iscriversi a un’altra federazione come, per esempio, quella valenciana?

A questa domanda, risponde sempre l’articolo 99 del regolamento federativo: “ In via del tutto eccezionale, la giunta direttiva della RFEF potrà autorizzare un club ad affiliarsi a una federazione anche se non è quella a cui corrisponde geograficamente. Tuttavia, questo permesso deve arrivare previo accordo tra le federazioni implicate, sempre che questa concessione sia approvata anche dall’Assemblea Generale della federazione ‘ospitante’”. Tuttavia, molti giuristi sostengono che questa non potrà comunque essere la giusta soluzione in caso di indipendenza della Catalogna, in quanto fa riferimento ad accordi tra due federazioni di due comunità autonome spagnole, ma in caso di secessione quella catalana non sarebbe più una comunità autonoma.

Perché allora i club di Andorra partecipano alla Liga spagnola?

I club del Primcipato di Andorra rappresentano l’unico caso di squadre che partecipano nei campionati spagnoli. Questo è possibile grazie alla 17ª disposizione addizionale della Legge dello sport, che permetto loro di iscriversi alle federazioni spagnole come accade con il MoraBanc, squadra di pallacanestro di Andorra, o il Fútbol Club Andorra che fin dalla sua fondazione nel 1942 appartiene alla Federazione spagnola e ha militato per 17 anni ha militato nella Segunda División B, corrispondente della Lega Pro italiana.

Potrebbe la Catalogna constituire una propria federazione e giocare un proprio campionato?

Per quanto visto in altri casi come per esempio Gibilterra, la cui federazione è stata riconosciuta dopo 15 anni dalla sua fondazione. Per questo, sarebbe un processo lungo e farraginoso e che dovrebbe terminare con l’approvazione del Congresso della Fifa, secondo quanto specificato nell’articolo 11 dello Statuto

 

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Spagna, arbitro impedisce al Lleida di indossare la maglia con i colori catalani

“Quella maglia non la potete usare”. I dirigenti del Lleida si saranno sentiti dire più o meno queste parole prima dell’incontro con il Saguntino, nella Segunda Divisiòn B spagnola. A pronunciarle, l’arbitro Pedro Campoy Candela: a pochi minuti dal fischio d’inizio dell’incontro, il direttore di gara ha impedito ai giocatori della squadra catalana di indossare la maglia ispirata alla Senyera, la bandiera della Corona d’Aragona utilizzata anche in Catalogna e nella comunità valenciana. Il club ha accusato direttamente la Federazione per questo particolare divieto: secondo alcune fonti del club catalano, infatti, la stessa federcalcio spagnola aveva dato l’ok al club per indossare la maglia “cuatribarrada” (con le quattro strisce rosse e gialle), nonostante questa non fosse presente tra le maglie di gara presentate ufficialmente. Per questo il club aveva incaricato l’azienda Joma di realizzare questa particolare divisa.

È stato lo stesso Lleida a comunicare la decisione con un comunicato pubblicato sul proprio sito ufficiale: “La terna arbitrale ci ha comunicato il divieto di giocare con la Senyera, nonostante la Federazione e l’Atletico Saguntino fossero a conoscenza del fatto che oggi avremmo giocato con la quella maglia, e che se non avessimo rispettato la decisione la partita non si sarebbe disputata. Ci hanno imposto di giocare in blu”.

Il club, lo scorso 20 settembre, aveva preso una posizione molto chiara rispetto agli arresti effettuati dalla Guardia Civil nei confronti degli esponenti del referendum del primo ottobre. Con un comunicato, il club aveva condannato quei fatti, in quanto: “impediscono l’esercizio dei diritti civili, come la libertà di espressione o il diritto al voto, da parte dei cittadini”. Il club inoltre esprimeva il suo “pubblico sostegno a tutte le persone, entità e istituzioni che lavorano ogni giorno per garantire questi diritti”.

Ma torniamo a questa domenica. Il Lleida se l’è presa un po’ con tutti, anche con i rivali del Saguntino: secondo i padroni di casa, infatti, il club ospite si è presentato di proposito all’incontro solo con la prima maglia (rossa) che avrebbe confuso gli arbitri, facendo riferimento all’articolo 216 del regolamento generale della RFEF secondo cui tutte le squadre che giocano in trasferta devono obbligatoriamente avere a disposizione due tipi di divisa differenti.

Ovviamente, la delusione per non veder giocare i propri beniamini con la Senyera ha provocato una reazione polemica nei tifosi del club che hanno intonato cori indipendentisti e inneggiato al referendum al 17esimo minuto del primo tempo della gara con il Saguntino.

“Questo non è un gioco”, Guardiola e Il derbi del referendum: ecco perché lo sport catalano vota Sí

Montilivi voterà per l’indipendenza. Così come Girona. Il derby con il Barcellona di sabato sera, è stato ribattezzato in “Il derby del referendum”. La rivalità tra le due compagini in campo era talmente inesistente, che la partita vinta in scioltezza dalla squadra di Valverde, si è trasformata in uno spot per il voto dell’1-O, come lo chiamano in Spagna. Una sigla che c’entra poco con il calcio: non si tratta infatti di un risultato come si potrebbe credere in apparenza, ma dell’abbrevazione della data “1 di ottobre”. Così come avvenuto al Camp Nou in Champions, nella prima uscita europea del Barcellona, anche sabato allo stadio del Girona il calcio è stato “sfruttato” per fare propaganda politica. “No ens ho impediraan, vota!” (“Non ce lo impediranno, vota!”). Questo era il messaggio che ha accolto i tifosi che si dirigevano all’impianto sportiva subito dopo esser entrati nella città indipendentista. Nelle ultime elezioni generali, quelle in cui i partiti sovranisti, Esquerra Republicana e quello che era ancora noto con il nome di Convergenza Democratica de Catalunya, riuscirono a trovare ulteriori consensi nelle province di Barcellona e Tarragona, feudi in cui si era imposto En Comú Podem. A Girona e Lleida l’indipendenza ha continuato a salire. Nella capitale di Girona, per essere più concreti, Esquerra, in coalizione con Catalunya Sì, ha raggiunto i 10.415 voti. Convergència ne ha ottenuti 9.208. La terza forza, con 6.949, è rimasta ad una grande distanza.


A Girona si scommette fortemente sull’ideale indipendentista. Ci si scommette talmente tanto che, a volte, il ruolo di queste elezioni viene camuffato e “giustificato” con un pretesto: quello di avere il diritto di poter decidere. Il centro città è “impacchettato” da volantini e striscioni di propaganda a favore del referendum. L’unica scelta, da quelle parti, è una e una soltato: un Sì in condizionato. “Ho una possibilità sola di votare e non avrò paura di sfruttarla”, dice un ragazzo in uno dei manifesti.

La estelada, la bandiera tipica della Catalogna, è stata la più utilizzata nel derbi català. Perchè il calcio, ancora una volta diventa motivo di unione, stavolta politica. Attorno al Montilivi i volontari di ANC sponsorizzavano il referendum, proprio come fatto al Camp Nou prima di Barcellona-Juventus. Sugli spalti, tra i volantini colorati con il Sì ben evidente al centro e annunciato dagli altoparlanti dello stadio, un’ovazione accoglie Carles Puigdemont l’ex sindaco di Girona, oggi presidente della Generalitat catalana. Scemati gli applausi, risuona l’inno di Catalunya, “Els Segadors” e sulle sue ultime note risuona il coro: “Votarem“. Non c’è bisogno di altre traduzioni. E se qualcuno non avesse ancora capito bene dove si trovi, sulla facciata della facoltà di Scienze nel campus universtario di Girona c’è un messaggio a ricordaglielo: “Welcome to the Catalan Republic”. Lo stesso che copriva metà della curva del Camp Nou neanche due settimane fa e che aveva messo in imbarazzo il presidente bianconero Andrea Agnelli di fianco al suo “collega” Bartomeu.


“Esport pel Sí”, il manifesto degli sportivi catalani – La verità è che in Catalogna questa cosa del referendum l’hanno presa molto sul serio anche gli sportivi. La voglia di separatismo ha talmente influenzato tutti, che anche i protagonisti del “gioco di squadra” e dell'”insieme si vince” hanno deciso di voler continuare da soli. Il tutto è anche ufficializzato da un sito internet ad hoc: “Esport pel Sí“. Il messaggio è chiaro ed è ben spiegato nel manifesto presente nella homepage: “Lo sport catalano vincerà grazie al tuo sì”. A sostegno di quanto dicono, c’è anche uno studio economico. Secondo il manifesto catalano lo sport riceverà grandi benefici dall’indipendenza: calcolano che, se la separazione dovesse verificarsi, lo sport riceverebbe una crescita di quasi 90 milioni di euro e oltre 700 posti di lavoro nel giro di tre o quattro anni. Aumenterà anche il numero di atleti catalani che parteciperanno alle Olimpiadi: “Dai 98 attuali ai 129/149 sportivi che, nel medio periodo, potranno aspirare a ottenere tra le 8 e le 9 medaglie“, si legge. E se la Federnuoto catalana sarà la Federazione con l’unico bilancio “leggermente” negativo, i catalani si potranno rifare ovviamente con il calcio che vedrà crescere gli introiti del 72%, seguita da pallacanestro e tennis. Tutto ciò, ovviamente, sarà gestito dal COC: il Comitato Olimpico Catalano. E così nel video spot del sito figurano molti famosi sportivi: la doppia medaglia d’argento olimpica, Natalia Vía-Dufresne, è il volto più riconoscibile in una campagna che vede oltre a tecnici come Anna Tarrés (sincronizzato) o Salva Maldonado (basket), anche ex atleti come Sergi Ten (beach volley) o Marta Vilajosana (ciclismo).

Lo spot di Guardiola – Tra i più attivi sostenitori del Sí nel referendum del primo ottobre in Catalogna c’è sicuramente Pep Guardiola. L’allenatore del Manchester City sta seguendo attentamente le vicende della sua terra continuando a inviare messaggi favorevoli all’indipendenza: “Mi sembra che la cosa più importante – spiega Guardiola – è applicare la democrazia quando un popolo chiede di votare. I desideri e le speranze dei catalani del ventunesimo secolo sono diversi da quelli del secolo scorso, soprattutto dopo la dittatura franchista”.

Il tecnico catalano, piú volte interpellato dai giornalisti sull’argomento, utilizza spesso il paragaone con il caso della Scozia del settembre 2014: “La gente non sta chiedendo l’indipendenza, ma solo di andare a votare. La stessa cosa che fecero gli scozzesi con l’Inghilterra. Niente di piú. Dicono che è la legge, ma le leggi fanno altre leggi e le leggi cambiano le altre leggi in modo che queste leggi possano adattarsi meglio alle nuove società. Non è poi così difficile”.

L’ex allenatore del Barcellona, per ribadire questi concetti, ha anche prestato il volto alla campagna dell’Assemblea Nacional Catalana (ANC) per rivendicare il diritto al voto per i suoi concittadini. In un video distribuito dall’assocazione indipendentista, Guardiola chiede alle istituzioni di far votare la sua gente.

 

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Benvenuti al Wanda Metropolitano: la nuova casa dell’Atletico Madrid

Madrid. Linea 7, direzione Wanda Metropolitano. Da queste parti si respira aria colchonera e non potrebbe essere altrimenti. Siamo nella zona dove sorgeva La Peineta, uno stadio pensato per le gare d’atletica e inaugurato il 6 settembre 1994. Dopo 23 anni è uno degli impianti più all’avanguardia in Europa anche grazie all’espansione della sua capienza: da ventimila a sessantasettemila posti.
Che sia la nuova casa dell’Atletico Madrid lo si capisce subito, giusto il tempo di scendere dal ‘metro’. Ai lati della fermata Estadio Metropolitano si viene già catapultati in 114 anni di storia: c’è il primo stemma dell’Atleti, quello tondeggiante blu e bianco, realizzato da alcuni studenti baschi che si erano messi in testa di creare una società satellite dell’Athletic Club de Bilbao, riprendendone colori e simboli.

Di seguito tutti gli altri stemmi adottati dalla squadra di Madrid, molto più simili all’attuale con l’Orso e il madroño simbolo della città. Fra gli altri spicca anche lo scudo utilizzato dal 1939, dopo la guerra civile spagnola: il simbolo dell’Atletico si arricchisce della corona Reale e di un paio d’ali, a suggellare la fusione tra il club e l’Aviazione Nazionale. 

Dall’altro lato della fermata, i cartelloni ricordano tutti i “traslochi” della bandiera rojiblanca. C’è il Ronda De Vallecas (1903-1913), il primo campo dell’Atletico, a due passi dal Parque del Retiro. Subito dopo l’O’Donnel (1913-1923), il primo stadio ufficiale, con una capienza di diecimila posti posizionato proprio di fronte allo Stadio del Real. Dal 1923 l’Atletico ha la sua prima vera casa, quella in cui giocherà per 43 anni. È lo stadio Metropolitano, 25mila posti, parzialmente distrutto dopo la guerra civile.

Secondo la leggenda, unendo su una mappa le strade dell’epoca con lo stadio Metropolitano, veniva ricreato lo scudo dell’Atletico Madrid.

Dopo il conflitto, i colchoneros dovettero traslocare nuovamente prima di stabilirsi al Vicente Calderón. Quegli anni di transizione li trascorsero a Vallecas, in coabitazione con il Racing Madrileño. Il primo stadio “a colori” – che poi fino a oggi è anche l’unico – il “Manzanares” che poi assumerà la denominazione di Calderón e ospiterà le partite casalinghe dell’Atletico fino a oggi. Fino a quando il Cholismo non ha riportato l’Atleti ai vertici del calcio spagnolo, il record più importante di quest’impianto fu quello di essere uno tra i primi in Europa ad avere posti a sedere per tutti gli spettatori.

Saliamo con la scala mobile e guardando ancora una volta quelle immagini sembra già di essere in una specie di museo dell’Atletico. Il tratto è breve e appena messo il piedi fuori dal tunnel ci si ritrova subito ai piedi di questo gigante.

A guardarlo, sembra un’astronave: un disco argentato e “alleggerito” dalle sua forme curvilinee. I rivestimenti bianchi e rossi conferiscono quel tocco di elegante “Colchonerismo”. La società lo aveva immaginato proprio così fin dal 2013, anno in cui il club decide di acquisirlo per sostituire Vicente Calderón sfruttando al massimo il potenziale del vecchio stadio Olimpico.


Con lo scopo di renderlo il suo stadio ufficiale, il Club Atlético de Madrid si affida allo studio Cruz y Ortiz Arquitectos per progettare un design spettacolare che soddisfi i più alti standard di comfort, sicurezza e visibilità, in linea con un approccio architettonico moderno e innovativo. 

La sua particolarità potrà essere apprezzata proprio a ridosso della partita con il Malaga, dove verranno svelate le qualità del primo stadio completamente in LED del mondo. Da qui in avanti l’impianto sarà la cornice in grado di trasformare qualsiasi evento in uno spettacolo indimenticabile. Il nuovo stadio di Atletico Madrid ha camere con terrazza e una vista perfetta del campo. Al suo interno ci sono 22 spazi polifunzionali (da 250 a 3.500 metri quadrati), un auditorium con una capacità di 400 ospiti e una suite premium. Tutte le sale nella “pancia” del Wanda Metropolitano dispongono di grandi TV LCD, connessione multimediale, WiFi ad alta velocità. Le zone premium offrono la possibilità di allestire ogni tipo di conferenza, convegna, fiera professionale, anche da parte di esterni: un centro incredibile che garantirà al club nuovi ingressi economici, anche extra-calcistici.

Insomma, ci sarà da divertirsi cari colchoneros: Benveunti al Wanda Metropolitano. Benvenuti nel futuro.

“Welcome to the Catalan Republic”: ecco la propaganda del Camp Nou

La festa del Camp Nou di ieri sera non è stata solo una festa del calcio e neanche l’ennesimo show di Leo Messi, uno dei tre più grandi di sempre. Quello che abbiamo visto ieri sera a Barcellona non capita spesso fuori e dentro un campo di calcio. Quante volte infatti, nella storia recente di questo sport, dentro e fuori uno stadio si è parlato di politica? Certo, le curve italiane sono storicamente legate a questa o a quella ideologia ma sempre meno si esprimono in maniera così decisa e unita attorno a un campo di calcio. 
Abbiamo provato a rivedere la partita di ieri con un altro occhio, quello di chi non si fa abbagliare dalle magie di Messi e che mette da parte lo sfottò. Sì, perchè ieri a Barcellona si è parlato ancora una volta di indipendenza con una propaganda che è iniziata già dalle 18.30, quando i primi sostenitori del separatismo catalano si sono radunati agli ingressi del Camp Nou per distribuire i volantini del “Si definitiu”, il Sì definitivo da scrivere sulle schede del referendum del primo ottobre, quando (teoricamente) il popolo di Catalunya sarà chiamato a votare per decidere se diventare uno stato autonomo, al di fuori del territorio spagnolo.

Apparentemente la situazione sembra essere molto equilibrata: se è vero che molti sono i favorevoli alla separazione, c’è da dire che altrettanti sono quelli che vorrebbero restare legati alla Spagna. Anche se le immagini del Camp Nou mostravano tutt’altro. Ieri il calcio è stato “sfruttato” per veicolare un messaggio politico ben preciso: “Indipendenza!”. Molti si saranno accorti degli striscioni apparsi nella curva blaugrana a ridosso del fischio iniziale del match, quelli che volevano dare un messaggio alla Spagna e all’Europa: “Benvenuti nella Repubblica Catalana”, un messaggio da far passare attraverso le telecamere della Champions League, la più importante manifestazione sportiva dopo i mondiali di calcio.

Una competizione che rappresenta l’Europa, un’Europa dove si cerca di unire più che dividere. Ed è forse proprio per questo motivo che all’ingresso in campo l’inno della Champions League è stato fischiato come si fa quando si gioca contro un rivale difficile da battere o contro un acerrimo nemico. Chissà come sarebbe la Champions League senza il Barcellona, sicuramente meno spettacolare. Anche se non è proprio sicuro che i vari Messi, Suarez, Dembelè e via dicendo continuerebbero a vestire la maglia blaugrana, senza la Champions League.

La sintesi della serata la si può riassumere nel siparietto tra il presidente del Barcellona Josep Maria Bartomeu e il suo “collega” juventino Andrea Agnelli che, sorpreso da quegli striscioni ha chiesto al numero uno catalano una spiegazione. Come a dire: “Perché allo stadio ci sono questi messaggi?”. Sembra stranissimo, ma è così: stavolta siamo noi a stupirci degli altri. La risposta di Bartomeu forse è stata ancor più imbarazzante: “Welcome to the Catalan Republic”, ha sussurrato il presidente ad Agnelli che non ha potuto far a meno di nascondere sotto i baffi, o meglio la barba, una risata a denti stretti. Forse non aveva ancora smaltito l’euforia della Díada, il giorno della festa di Catalunya. Fatto sta che davanti alle telecamere, Bartomeu non è stato altrettanto spavaldo: “Noi come club, non ce la sentiamo di prendere una posizione”. Ecco, speriamo che tra quindici giorni i catalani facciano un passio indietro alla stessa maniera. 

Champions, dalla Spagna criticano il sorteggio: “Rush non mescola”

Dopo i sorteggi di Champions, piovono critiche dalla Spagna sull’ultima “pescata” di oggi che ha stabilito gli accoppiamenti delle semifinali. A decidere le sorti delle quattro regine d’Europa è stato Ian Rush, ex attaccante della Juventus, che ha accoppiato le due spagnole rimaste (Real e Atletico) e i bianconeri con il Monaco.

L’accusa viene da Madrid ed è indirizzata proprio a Rush, ‘colpevole’ di non aver rimischiato le sfere del sorteggio dopo aver estratto il Real Madrid e andando a colpo sicuro a tirar fuori subito la sfidante, in questo caso l’Atletico Madrid.

Un caso che sta facendo discutere in Spagna: gli iberici forse avrebbero preferito la terza finale madridista? Oppure sono stanchi di questi derby fratricidi? Questo non è dato saperlo. Quel che è certo è che probabilmente la polemica non nasce dal desiderio di voler pescare la Juventus, soprattutto dopo aver visto quanto accaduto al Barcellona…

Qui il video integrale del sorteggio