Piqué, Guardiola e il minuto 17.14: quando il Camp Nou chiede l’indipendenza

Sento spesso dire che non bisogna mischiare sport e politica. Al contrario, a mio avviso è obbligatorio farlo perché lo sport è la proiezione del Paese nel mondo, e per questo è tanto importante. Non si possono separare le due cose”. Gerard Figueras è il Direttore Generale dello Sport della Generalitat catalana, il Ministro dello sport della regione che domenica potrebbe scegliere la propria indipendenza dalla Spagna.

La Gazzetta dello sport, 26 settembre 2017

Forse Gerard Figueras in quest’intervista alla Gazzetta dello Sport di qualche giorno ha fatto finta di dimenticare o, al contrario, ha semplicemente voluto ribadire per l’ennesima volta quanto il calcio sia un importante strumento di propaganda. Soprattutto in Catalogna e ancor di più in questi giorni in cui non si fa altro che parlare del referendum per l’indipendenza del primo ottobre.

Negli ultimi tempi, su questo blog, è stato trattato in maniera più o meno approfondita il tema della potenza mediatica del calcio a livello politico nella regione spagnola che chiede l’indipendenza. Vi abbiamo svelato quello che è successo al Camp Nou, prima di Barcellona-Juventus e dello striscione “Benvenuti nella Repubblica Catalana”. Vi abbiamo raccontato come anche una maglia, quella del Lleida, potesse diventare motivo di rivendicazione d’indipendenza. E infine vi abbiamo narrato le vicende di quello che nei giorni a seguire il triplice fischio è stato rinominato derbi del referendum, quello tra Girona e Barça, una partita che da evento sportivo si è trasformata in una festa politica della Catalogna.


Insomma, negli ultimi tempi il futbol (senza accento sulla u, perché parliamo di Catalogna) è stato più utile di qualsiasi proclamo, più efficace di qualsiasi manifestazione, più convincente di qualsiasi discorso fatto da un esponente della Generalitat o da questo o quell’Alcalde. Forse grazie al suo essere universale, il calcio è riuscito a trasmettere meglio di qualsiasi figura politica un messaggio ben preciso. Non è un caso se oggi la politica catalana si affida al Barcellona, squadra stellare e affermata a livello mondiale, per continuare a diffondere il seme scissionista. Barcellona è il Camp Nou sono ormai da anni il centro nevralgico ed economico del calcio internazionale grazie ai suoi campioni e ai suoi trionfi, nonostante il prorompente ritorno del Real Madrid negli ultimi due o tre anni. Sarà anche per questo che i catalani vogliono separarsi? Chissà, quel che è certo è che il calcio e tutto lo sport catalano ha le idee ben chiare a proposito del referendum. Lo si può evincere dal manifesto dello sport catalano a favore del Sì, in cui si spiega come dall’indipendenza la federazione sportiva catalana in generale, e tutto il movimento calcistico in particolare potranno trarre un vantaggio (anche di tipo economico) dall’indipendenza.

Il tutto viene puntualmente ribadito dagli stessi aficionats, alias i tifosi catalani, al minuto 17.14 di ogni partita, quando dagli spalti si alzano i cori indipendisti. Numeri che ricordano l’anno 1714, quando la Catalogna perse l’indipendenza durante la guerra di successione (e non di secessione) alla corona spagnola. È bene precisarlo, perché forse non tutti sono informati sulla storia spagnola. Prima di arrivare al 1714 e al celebre giorno della Diada, che ancora oggi viene celebrata a Barcellona e dintorni come “festa nazionale”, bisogna ricordare gli eventi del 1700, anno in cui morì senza eredi Carlo II. A contendersi il trono erano gli Asburgo di Vienna e i Borbone di Parigi. Il conflitto nacque all’apertura del testamento del re defunto quando si scoprì che il trono era stato assegnato a Filippo d’Angiò, nipote di Luigi XIV e di Maria Teresa. Nei conflitti che ne seguirono, la corona d’Aragona (uno dei regni di Carlo II) parteggiò per il pretendente austriaco, mentre i regni di Castiglia e Navarra diedero il proprio sostegno al pretendente borbonico. Con la vittoria di quest’ultimo, che divenne re col nome di Filippo V di Spagna che si occupò immediatamente di   promulgare dei decreti per punire i territori che si erano schierati dalla parte dell’arciduca Carlo. Stiamo parlando dei decreti di Nueva Planta: tra questi c’è anche quello relativo alla Catalogna, del 1716, precisamente due anni dopo la caduta di Barcellona e degli uomini di Rafael dopo l’assedio dopo l’assedio da parte delle truppe borboniche avvenuto l’11 settembre 1714. Con quel decreto, vennero soppresse tutte le istituzioni politiche catalane (la Generalitat – il Governo -, le Corts Catalanes – il Parlamento – e il Consell de Cent – il Consiglio dei Cento). Il viceré fu sostituito da un capitano generale e la Catalogna venne suddivisa in corregidurías anziché nelle tradizionali vegueries con l’istituzione di un il catasto per imporre gravami sulle proprietà urbane e rurali. Il catalano fu privato dello status di lingua ufficiale e sostituito dal castigliano, che fu obbligatoriamente introdotto nelle scuole e negli uffici giudiziari, mentre le università  catalane che avevano appoggiato l’arciduca d’Austria vennero chiuse o trasferite.

La coreografia del Camp Nou in un clásico del 2012 riproduceva la bandiera catalana

Quasi duecento anni più tardi, nasceva il Barcelona Futbol Club, la squadra che ha fatto conoscere al mondo dello sport il desiderio separatista di un’intera regione. E per uno strano scherzo scherzo del destino proprio quel club fu fondato da svizzeri e britannici, popoli che nel 2017 non appartengono all’Unione europea. Lo stesso destino della Catalogna se dovesse dividersi dalla Spagna, non senza ripercussioni dal punto di vista sportivo.

Non è qualcosa di recente, certo, ma negli ultimi anni il rito del minuto 17.14 è diventata un’abitudine sempre più caratterizzate delle partite che si giocano nella regione catalana. Inizialmente, furono proprio i culè, i tifosi del Barcellona, a dare l’iniziazione: lo si faceva dutante il clasico, l’incontro tra Real e Barça che più di ogni altro rappresenta l’etera lotta tra la Catalogna indipendentista e la Spagna nazionalista. Il rito del minuto 17.14 ha cominciato a scavallare i confini iberici il 23 ottobre 2012 quando i tifosi del Barcellona osservarono quest’usanza di intonari cori a favore dell’indipendenza nella gara di Champions League contro il Celtic. Guarda caso una squadra scozzese: ed è proprio la Scozia uno degli esempi più ricorrenti tra i catalani. Peccato che la prima uscita ufficiale in Europa del minuto 17.14 fu rovinata dal gol di Samaras, arrivato proprio al 17′ dal primo tempo (partita poi vinta in rimonta 2-1 dai blaugrana). Da allora quest’abitudine è stata conservata e si è rafforzata negli anni fino ai giorni nostri.

A gettar la benzina sul fuoco sono stati illustri personaggi del mondo del calcio catalano. Su tutti, due simboli del calcio catalano e barcellonista degli ultimi anni, come Piqué e Guardiola.

In settimana, un tweet di Gerard Piqué ha fatto di il giro della rete. In sostanza, il campione del Barcellona non ha fatto altro che ribadire il suo pensiero “catalanista”, come più volte aveva espresso in passato. L’hashtag #Votarem lanciato dal catalano non è passato inosservato ed è tornato indietro come un boomerang: #FueradelaSelección gli hanno risposto gli utenti di Twitter. Un crepa in un vaso di cristallo che sta potrebbe rompersi da un momento all’altro, soprattutto gli ultimi colpi ricevuti dai fischi del Bernabéu durante la gara tra Spagna e Italia. Per capirci: se l’inno spagnolo avesse un testo, Piqué non lo canterebbe. Eppure, nonostante gli screzi con il resto del paese, il giocatore continua a essere nella lista dei convocati di Lopetegui. L’ultima volta è stata ieri, quando il ct spagnolo ha annunciato quali saranno i 23 convocati per le sfide di qualificazione al mondiale di settimana prossima. E se giovedì parlava da vero rivoluzionario (“Da oggi a domenica esprimeremo il nostro pensiero in maniera pacifica – scriveva su Twitter – non gli daremo nessuna scusa. È quello che vogliono. E canteremo più forte che voteremo”), ieri il centrale del Barcellona è sembrato essere meno convincente commentando la sua convocazione in Nazionale: “Ho sempre detto che vestire la maglia della Nazionale è un orgoglio”. Parole che sembrano in contraddizione con quanto affermava un anno fa in un’intervista televisiva: “In un paese democratico come la Spagna, il diritto a poter decidere è la cosa più democratica che ci sia – spiegava – molte volte volte è stato proprio tutto questo a fare in modo che tutte le volte che ho giocato con la Nazionale ricevessi un certo tipo di trattamento”.


Chi ha le idee più chiare a proposito di referendum è l’ex allenatore di Piqué, Pep Guardiola, tra i più attivi sostenitori del Sí nel referendum del primo ottobre in Catalogna. Il tecnico del Manchester City sta seguendo attentamente le vicende della sua terra continuando a inviare messaggi favorevoli all’indipendenza: “Spero che sia una festa della democrazia – risposto ai giornalisti Guardiola alla vigilia della sfida con il Chelsea – e spero che le cose si svolgano in maniera pacifica come ha detto Piqué. L’ex allenatore del Barcellona, per ribadire questi concetti, ha anche prestato il volto alla campagna dell’Assemblea Nacional Catalana (ANC) per rivendicare il diritto al voto per i suoi concittadini. In un video distribuito dall’assocazione indipendentista, Guardiola chiede alle istituzioni di far votare la sua gente: “Mi sembra che la cosa più importante – spiega Guardiola – è applicare la democrazia quando un popolo chiede di votare. I desideri e le speranze dei catalani del ventunesimo secolo sono diversi da quelli del secolo scorso, soprattutto dopo la dittatura franchista”.

L’esempio più riccorrenre nei discorsi di Guardiola è quello che riguarda il caso della Scozia del settembre 2014: “La gente non sta chiedendo l’indipendenza, ma solo di andare a votare. La stessa cosa che fecero gli scozzesi con l’Inghilterra. Niente di piú. Dicono che è la legge, ma le leggi fanno altre leggi e le leggi cambiano le altre leggi in modo che queste leggi possano adattarsi meglio alle nuove società. Non è poi così difficile”.
 

“Welcome to the Catalan Republic”: ecco la propaganda del Camp Nou

La festa del Camp Nou di ieri sera non è stata solo una festa del calcio e neanche l’ennesimo show di Leo Messi, uno dei tre più grandi di sempre. Quello che abbiamo visto ieri sera a Barcellona non capita spesso fuori e dentro un campo di calcio. Quante volte infatti, nella storia recente di questo sport, dentro e fuori uno stadio si è parlato di politica? Certo, le curve italiane sono storicamente legate a questa o a quella ideologia ma sempre meno si esprimono in maniera così decisa e unita attorno a un campo di calcio. 
Abbiamo provato a rivedere la partita di ieri con un altro occhio, quello di chi non si fa abbagliare dalle magie di Messi e che mette da parte lo sfottò. Sì, perchè ieri a Barcellona si è parlato ancora una volta di indipendenza con una propaganda che è iniziata già dalle 18.30, quando i primi sostenitori del separatismo catalano si sono radunati agli ingressi del Camp Nou per distribuire i volantini del “Si definitiu”, il Sì definitivo da scrivere sulle schede del referendum del primo ottobre, quando (teoricamente) il popolo di Catalunya sarà chiamato a votare per decidere se diventare uno stato autonomo, al di fuori del territorio spagnolo.

Apparentemente la situazione sembra essere molto equilibrata: se è vero che molti sono i favorevoli alla separazione, c’è da dire che altrettanti sono quelli che vorrebbero restare legati alla Spagna. Anche se le immagini del Camp Nou mostravano tutt’altro. Ieri il calcio è stato “sfruttato” per veicolare un messaggio politico ben preciso: “Indipendenza!”. Molti si saranno accorti degli striscioni apparsi nella curva blaugrana a ridosso del fischio iniziale del match, quelli che volevano dare un messaggio alla Spagna e all’Europa: “Benvenuti nella Repubblica Catalana”, un messaggio da far passare attraverso le telecamere della Champions League, la più importante manifestazione sportiva dopo i mondiali di calcio.

Una competizione che rappresenta l’Europa, un’Europa dove si cerca di unire più che dividere. Ed è forse proprio per questo motivo che all’ingresso in campo l’inno della Champions League è stato fischiato come si fa quando si gioca contro un rivale difficile da battere o contro un acerrimo nemico. Chissà come sarebbe la Champions League senza il Barcellona, sicuramente meno spettacolare. Anche se non è proprio sicuro che i vari Messi, Suarez, Dembelè e via dicendo continuerebbero a vestire la maglia blaugrana, senza la Champions League.

La sintesi della serata la si può riassumere nel siparietto tra il presidente del Barcellona Josep Maria Bartomeu e il suo “collega” juventino Andrea Agnelli che, sorpreso da quegli striscioni ha chiesto al numero uno catalano una spiegazione. Come a dire: “Perché allo stadio ci sono questi messaggi?”. Sembra stranissimo, ma è così: stavolta siamo noi a stupirci degli altri. La risposta di Bartomeu forse è stata ancor più imbarazzante: “Welcome to the Catalan Republic”, ha sussurrato il presidente ad Agnelli che non ha potuto far a meno di nascondere sotto i baffi, o meglio la barba, una risata a denti stretti. Forse non aveva ancora smaltito l’euforia della Díada, il giorno della festa di Catalunya. Fatto sta che davanti alle telecamere, Bartomeu non è stato altrettanto spavaldo: “Noi come club, non ce la sentiamo di prendere una posizione”. Ecco, speriamo che tra quindici giorni i catalani facciano un passio indietro alla stessa maniera.