“Ecco perché abbiamo giocato con la bandiera spagnola”

Sono stati gli attori non protagonisti della settima giornata di Liga, anche se molti non se ne sono resi conto. Nella giornata del referendum catalano mentre gli occhi del mondo del calcio rimanevano incantanti a guardare i seggiolini vuoti del Camp Nou, a molti sfuggiva un piccolo dettaglio presente sulla maglia de Las Palmas. La squadra delle Isole Canarie è già passata alla storia della letteratura calcistica, e non solo perché il calendario ha voluto che fosse la sfidante del Barcellona proprio nel giorno del voto sull’indipendenza. Quello che ha colpito di questa squadra, e che ha fatto discutere in Spagna, è stata la scelta di vestire una maglia speciale per l’occssione: nel giorno del referendum catalano, in quello che sarebbe stato un Camp Nou tappezzato da Senyeras (la biandiera catalana a strisce gialle e rosse) e in un trionfo di cori indipendentisti, prima dopo e durante il minuto 17.14. Sì, perché il Las Palmas si è presentato a Barcellona con una piccola toppa raffigurante la bandiera spagnola cucita sul petto. Il presidente Miguel Ángel Ramírez, non era al Camp Nou per motivi personali, ma a poche ore dal triplice fischio aveva già un quadro completo della situazione. A raccontargli quanto accaduto allo stadio la sua dirigenza, seduta nella tribuna del Camp Nou in una giornata decisamente fuori dal comune. Ramírez ha saputo anche della bandiera e, benché non ce ne fosse bisogno, ha comunque voluto spiegare il perché la sua squadra abbia deciso di portare sul petto la bandiera di Spagna.

“È stata una situazione difficile – dice in un’intervista a El Mundo – ma abbiamo voluto pensare anche a quei catalani di cui non si parla, quelli che vogliono continuare a essere catalani sì, ma anche spagnoli”. Un pensiero, dunque, a tutte quelle persone che non vogliono la creazione della Repubblica Catalana ma comunque restando alla larga da accostamenti politici: “Il Barcellona sì, ha deciso di avvicinarsi alla politica indipendentista e non ha motivo di andare contro i suoi stessi interessi. Per quanto ci riguarda, invece, c’è da dire che noi non portiamo mai la bandiera spagnola sulla maglia – spiega – e proprio per questo ci tengo a sottolineare che non si è trattato di una scelta politica. Volevamo far sentire la nostra vicinanza a tutti coloro con cui condividiamo l’amore per quella bandiera. Non capita spesso di vedere una situazione come quella che si è verificata domenica ma bisogna riconoscere a Bartomeu la scelta di giocare nonostante le forti pressioni ricevute”.
Ramírez non vuol sentir parlare di referendum: “A me non compete entrare in queste decisioni, né tantomeno posso permettermi di dire se fosse giusto o sbagliato che si votasse – afferma – quello che sicuramente posso dire invece è che la nostra decisione non voleva essere una provocazione di alcun genere. Nessuno mi convincerà che usare la bandiera del mio paese, nel mio paese, sia una provocazione. In nessun modo”.

“Welcome to the Catalan Republic”: ecco la propaganda del Camp Nou

La festa del Camp Nou di ieri sera non è stata solo una festa del calcio e neanche l’ennesimo show di Leo Messi, uno dei tre più grandi di sempre. Quello che abbiamo visto ieri sera a Barcellona non capita spesso fuori e dentro un campo di calcio. Quante volte infatti, nella storia recente di questo sport, dentro e fuori uno stadio si è parlato di politica? Certo, le curve italiane sono storicamente legate a questa o a quella ideologia ma sempre meno si esprimono in maniera così decisa e unita attorno a un campo di calcio. 
Abbiamo provato a rivedere la partita di ieri con un altro occhio, quello di chi non si fa abbagliare dalle magie di Messi e che mette da parte lo sfottò. Sì, perchè ieri a Barcellona si è parlato ancora una volta di indipendenza con una propaganda che è iniziata già dalle 18.30, quando i primi sostenitori del separatismo catalano si sono radunati agli ingressi del Camp Nou per distribuire i volantini del “Si definitiu”, il Sì definitivo da scrivere sulle schede del referendum del primo ottobre, quando (teoricamente) il popolo di Catalunya sarà chiamato a votare per decidere se diventare uno stato autonomo, al di fuori del territorio spagnolo.

Apparentemente la situazione sembra essere molto equilibrata: se è vero che molti sono i favorevoli alla separazione, c’è da dire che altrettanti sono quelli che vorrebbero restare legati alla Spagna. Anche se le immagini del Camp Nou mostravano tutt’altro. Ieri il calcio è stato “sfruttato” per veicolare un messaggio politico ben preciso: “Indipendenza!”. Molti si saranno accorti degli striscioni apparsi nella curva blaugrana a ridosso del fischio iniziale del match, quelli che volevano dare un messaggio alla Spagna e all’Europa: “Benvenuti nella Repubblica Catalana”, un messaggio da far passare attraverso le telecamere della Champions League, la più importante manifestazione sportiva dopo i mondiali di calcio.

Una competizione che rappresenta l’Europa, un’Europa dove si cerca di unire più che dividere. Ed è forse proprio per questo motivo che all’ingresso in campo l’inno della Champions League è stato fischiato come si fa quando si gioca contro un rivale difficile da battere o contro un acerrimo nemico. Chissà come sarebbe la Champions League senza il Barcellona, sicuramente meno spettacolare. Anche se non è proprio sicuro che i vari Messi, Suarez, Dembelè e via dicendo continuerebbero a vestire la maglia blaugrana, senza la Champions League.

La sintesi della serata la si può riassumere nel siparietto tra il presidente del Barcellona Josep Maria Bartomeu e il suo “collega” juventino Andrea Agnelli che, sorpreso da quegli striscioni ha chiesto al numero uno catalano una spiegazione. Come a dire: “Perché allo stadio ci sono questi messaggi?”. Sembra stranissimo, ma è così: stavolta siamo noi a stupirci degli altri. La risposta di Bartomeu forse è stata ancor più imbarazzante: “Welcome to the Catalan Republic”, ha sussurrato il presidente ad Agnelli che non ha potuto far a meno di nascondere sotto i baffi, o meglio la barba, una risata a denti stretti. Forse non aveva ancora smaltito l’euforia della Díada, il giorno della festa di Catalunya. Fatto sta che davanti alle telecamere, Bartomeu non è stato altrettanto spavaldo: “Noi come club, non ce la sentiamo di prendere una posizione”. Ecco, speriamo che tra quindici giorni i catalani facciano un passio indietro alla stessa maniera.