“Ecco perché abbiamo giocato con la bandiera spagnola”

Sono stati gli attori non protagonisti della settima giornata di Liga, anche se molti non se ne sono resi conto. Nella giornata del referendum catalano mentre gli occhi del mondo del calcio rimanevano incantanti a guardare i seggiolini vuoti del Camp Nou, a molti sfuggiva un piccolo dettaglio presente sulla maglia de Las Palmas. La squadra delle Isole Canarie è già passata alla storia della letteratura calcistica, e non solo perché il calendario ha voluto che fosse la sfidante del Barcellona proprio nel giorno del voto sull’indipendenza. Quello che ha colpito di questa squadra, e che ha fatto discutere in Spagna, è stata la scelta di vestire una maglia speciale per l’occssione: nel giorno del referendum catalano, in quello che sarebbe stato un Camp Nou tappezzato da Senyeras (la biandiera catalana a strisce gialle e rosse) e in un trionfo di cori indipendentisti, prima dopo e durante il minuto 17.14. Sì, perché il Las Palmas si è presentato a Barcellona con una piccola toppa raffigurante la bandiera spagnola cucita sul petto. Il presidente Miguel Ángel Ramírez, non era al Camp Nou per motivi personali, ma a poche ore dal triplice fischio aveva già un quadro completo della situazione. A raccontargli quanto accaduto allo stadio la sua dirigenza, seduta nella tribuna del Camp Nou in una giornata decisamente fuori dal comune. Ramírez ha saputo anche della bandiera e, benché non ce ne fosse bisogno, ha comunque voluto spiegare il perché la sua squadra abbia deciso di portare sul petto la bandiera di Spagna.

“È stata una situazione difficile – dice in un’intervista a El Mundo – ma abbiamo voluto pensare anche a quei catalani di cui non si parla, quelli che vogliono continuare a essere catalani sì, ma anche spagnoli”. Un pensiero, dunque, a tutte quelle persone che non vogliono la creazione della Repubblica Catalana ma comunque restando alla larga da accostamenti politici: “Il Barcellona sì, ha deciso di avvicinarsi alla politica indipendentista e non ha motivo di andare contro i suoi stessi interessi. Per quanto ci riguarda, invece, c’è da dire che noi non portiamo mai la bandiera spagnola sulla maglia – spiega – e proprio per questo ci tengo a sottolineare che non si è trattato di una scelta politica. Volevamo far sentire la nostra vicinanza a tutti coloro con cui condividiamo l’amore per quella bandiera. Non capita spesso di vedere una situazione come quella che si è verificata domenica ma bisogna riconoscere a Bartomeu la scelta di giocare nonostante le forti pressioni ricevute”.
Ramírez non vuol sentir parlare di referendum: “A me non compete entrare in queste decisioni, né tantomeno posso permettermi di dire se fosse giusto o sbagliato che si votasse – afferma – quello che sicuramente posso dire invece è che la nostra decisione non voleva essere una provocazione di alcun genere. Nessuno mi convincerà che usare la bandiera del mio paese, nel mio paese, sia una provocazione. In nessun modo”.

Dove giocherà il Barcellona dopo l’indipendenza?

Ci siamo. Dopo mesi di dibattito, oggi è il giorno del referendum di Catalogna. Non si è capito bene ancora cosa succederà in Spagna tra lo stato centrale e la sua comunità indipendentista e cosa ne sarà domani di una delle più importanti comunità autonome di Spagna. In attesa di scoprirlo, qui vi spieghiamo in 5 domande e risposte cosa succederà al Barcellona (e a tutte le altre squadre catalane) qualora avvenisse realmente la scissione.

Perché le squadre catalane non potrebbero giocare la Liga spagnola in caso di indipendenza della Catalogna?

Attualmente sono tre le squadre catalane che partecipano alla Liga, il massimo campionato in Spagna: Barcellona, Espanyol e Girona. Così come sono tre le squadre che partecipano alla Segunda División, corrispondente della nostra serie B: Barcelona B, Reus e Gimnàstic. Ebbene, queste compagini non potrebbero più partecipare alle competizioni organizzate dalla RFEF (la nostra Figc), in virtù dell’articolo 15 della Legge sullo sport che afferma: “Le società sportive anonime e le squadre che partecipano a un torneo professionistico dovranno iscriversi all’elenco delle società sportive della federazione corrispondente”.

La federazione spagnola potrebbe permettere al Barcellona di iscriversi comunque alla Liga?

No, perché infrangerebbe l’articolo del suo stesso regolamento, che “in virtù dell’articolo 15 della Legislazione dello sport, secondo il quale l’organizzazione territoriale delle federazioni sportive spagnole seguirà la l’organizzazione territoriale dello Stato e delle Comunità Autonome. I club dovranno pertanto essere iscritti e affiliati regolarmente alle rispettive federazioni e potranno svolgere la loro attività sportiva soltanto nelle competizioni ufficiali a cui la propria federazione partecipa”. 

A questo punto, potranno i club catalani iscriversi a un’altra federazione come, per esempio, quella valenciana?

A questa domanda, risponde sempre l’articolo 99 del regolamento federativo: “ In via del tutto eccezionale, la giunta direttiva della RFEF potrà autorizzare un club ad affiliarsi a una federazione anche se non è quella a cui corrisponde geograficamente. Tuttavia, questo permesso deve arrivare previo accordo tra le federazioni implicate, sempre che questa concessione sia approvata anche dall’Assemblea Generale della federazione ‘ospitante’”. Tuttavia, molti giuristi sostengono che questa non potrà comunque essere la giusta soluzione in caso di indipendenza della Catalogna, in quanto fa riferimento ad accordi tra due federazioni di due comunità autonome spagnole, ma in caso di secessione quella catalana non sarebbe più una comunità autonoma.

Perché allora i club di Andorra partecipano alla Liga spagnola?

I club del Primcipato di Andorra rappresentano l’unico caso di squadre che partecipano nei campionati spagnoli. Questo è possibile grazie alla 17ª disposizione addizionale della Legge dello sport, che permetto loro di iscriversi alle federazioni spagnole come accade con il MoraBanc, squadra di pallacanestro di Andorra, o il Fútbol Club Andorra che fin dalla sua fondazione nel 1942 appartiene alla Federazione spagnola e ha militato per 17 anni ha militato nella Segunda División B, corrispondente della Lega Pro italiana.

Potrebbe la Catalogna constituire una propria federazione e giocare un proprio campionato?

Per quanto visto in altri casi come per esempio Gibilterra, la cui federazione è stata riconosciuta dopo 15 anni dalla sua fondazione. Per questo, sarebbe un processo lungo e farraginoso e che dovrebbe terminare con l’approvazione del Congresso della Fifa, secondo quanto specificato nell’articolo 11 dello Statuto

 

Piqué, Guardiola e il minuto 17.14: quando il Camp Nou chiede l’indipendenza

Sento spesso dire che non bisogna mischiare sport e politica. Al contrario, a mio avviso è obbligatorio farlo perché lo sport è la proiezione del Paese nel mondo, e per questo è tanto importante. Non si possono separare le due cose”. Gerard Figueras è il Direttore Generale dello Sport della Generalitat catalana, il Ministro dello sport della regione che domenica potrebbe scegliere la propria indipendenza dalla Spagna.

La Gazzetta dello sport, 26 settembre 2017

Forse Gerard Figueras in quest’intervista alla Gazzetta dello Sport di qualche giorno ha fatto finta di dimenticare o, al contrario, ha semplicemente voluto ribadire per l’ennesima volta quanto il calcio sia un importante strumento di propaganda. Soprattutto in Catalogna e ancor di più in questi giorni in cui non si fa altro che parlare del referendum per l’indipendenza del primo ottobre.

Negli ultimi tempi, su questo blog, è stato trattato in maniera più o meno approfondita il tema della potenza mediatica del calcio a livello politico nella regione spagnola che chiede l’indipendenza. Vi abbiamo svelato quello che è successo al Camp Nou, prima di Barcellona-Juventus e dello striscione “Benvenuti nella Repubblica Catalana”. Vi abbiamo raccontato come anche una maglia, quella del Lleida, potesse diventare motivo di rivendicazione d’indipendenza. E infine vi abbiamo narrato le vicende di quello che nei giorni a seguire il triplice fischio è stato rinominato derbi del referendum, quello tra Girona e Barça, una partita che da evento sportivo si è trasformata in una festa politica della Catalogna.


Insomma, negli ultimi tempi il futbol (senza accento sulla u, perché parliamo di Catalogna) è stato più utile di qualsiasi proclamo, più efficace di qualsiasi manifestazione, più convincente di qualsiasi discorso fatto da un esponente della Generalitat o da questo o quell’Alcalde. Forse grazie al suo essere universale, il calcio è riuscito a trasmettere meglio di qualsiasi figura politica un messaggio ben preciso. Non è un caso se oggi la politica catalana si affida al Barcellona, squadra stellare e affermata a livello mondiale, per continuare a diffondere il seme scissionista. Barcellona è il Camp Nou sono ormai da anni il centro nevralgico ed economico del calcio internazionale grazie ai suoi campioni e ai suoi trionfi, nonostante il prorompente ritorno del Real Madrid negli ultimi due o tre anni. Sarà anche per questo che i catalani vogliono separarsi? Chissà, quel che è certo è che il calcio e tutto lo sport catalano ha le idee ben chiare a proposito del referendum. Lo si può evincere dal manifesto dello sport catalano a favore del Sì, in cui si spiega come dall’indipendenza la federazione sportiva catalana in generale, e tutto il movimento calcistico in particolare potranno trarre un vantaggio (anche di tipo economico) dall’indipendenza.

Il tutto viene puntualmente ribadito dagli stessi aficionats, alias i tifosi catalani, al minuto 17.14 di ogni partita, quando dagli spalti si alzano i cori indipendisti. Numeri che ricordano l’anno 1714, quando la Catalogna perse l’indipendenza durante la guerra di successione (e non di secessione) alla corona spagnola. È bene precisarlo, perché forse non tutti sono informati sulla storia spagnola. Prima di arrivare al 1714 e al celebre giorno della Diada, che ancora oggi viene celebrata a Barcellona e dintorni come “festa nazionale”, bisogna ricordare gli eventi del 1700, anno in cui morì senza eredi Carlo II. A contendersi il trono erano gli Asburgo di Vienna e i Borbone di Parigi. Il conflitto nacque all’apertura del testamento del re defunto quando si scoprì che il trono era stato assegnato a Filippo d’Angiò, nipote di Luigi XIV e di Maria Teresa. Nei conflitti che ne seguirono, la corona d’Aragona (uno dei regni di Carlo II) parteggiò per il pretendente austriaco, mentre i regni di Castiglia e Navarra diedero il proprio sostegno al pretendente borbonico. Con la vittoria di quest’ultimo, che divenne re col nome di Filippo V di Spagna che si occupò immediatamente di   promulgare dei decreti per punire i territori che si erano schierati dalla parte dell’arciduca Carlo. Stiamo parlando dei decreti di Nueva Planta: tra questi c’è anche quello relativo alla Catalogna, del 1716, precisamente due anni dopo la caduta di Barcellona e degli uomini di Rafael dopo l’assedio dopo l’assedio da parte delle truppe borboniche avvenuto l’11 settembre 1714. Con quel decreto, vennero soppresse tutte le istituzioni politiche catalane (la Generalitat – il Governo -, le Corts Catalanes – il Parlamento – e il Consell de Cent – il Consiglio dei Cento). Il viceré fu sostituito da un capitano generale e la Catalogna venne suddivisa in corregidurías anziché nelle tradizionali vegueries con l’istituzione di un il catasto per imporre gravami sulle proprietà urbane e rurali. Il catalano fu privato dello status di lingua ufficiale e sostituito dal castigliano, che fu obbligatoriamente introdotto nelle scuole e negli uffici giudiziari, mentre le università  catalane che avevano appoggiato l’arciduca d’Austria vennero chiuse o trasferite.

La coreografia del Camp Nou in un clásico del 2012 riproduceva la bandiera catalana

Quasi duecento anni più tardi, nasceva il Barcelona Futbol Club, la squadra che ha fatto conoscere al mondo dello sport il desiderio separatista di un’intera regione. E per uno strano scherzo scherzo del destino proprio quel club fu fondato da svizzeri e britannici, popoli che nel 2017 non appartengono all’Unione europea. Lo stesso destino della Catalogna se dovesse dividersi dalla Spagna, non senza ripercussioni dal punto di vista sportivo.

Non è qualcosa di recente, certo, ma negli ultimi anni il rito del minuto 17.14 è diventata un’abitudine sempre più caratterizzate delle partite che si giocano nella regione catalana. Inizialmente, furono proprio i culè, i tifosi del Barcellona, a dare l’iniziazione: lo si faceva dutante il clasico, l’incontro tra Real e Barça che più di ogni altro rappresenta l’etera lotta tra la Catalogna indipendentista e la Spagna nazionalista. Il rito del minuto 17.14 ha cominciato a scavallare i confini iberici il 23 ottobre 2012 quando i tifosi del Barcellona osservarono quest’usanza di intonari cori a favore dell’indipendenza nella gara di Champions League contro il Celtic. Guarda caso una squadra scozzese: ed è proprio la Scozia uno degli esempi più ricorrenti tra i catalani. Peccato che la prima uscita ufficiale in Europa del minuto 17.14 fu rovinata dal gol di Samaras, arrivato proprio al 17′ dal primo tempo (partita poi vinta in rimonta 2-1 dai blaugrana). Da allora quest’abitudine è stata conservata e si è rafforzata negli anni fino ai giorni nostri.

A gettar la benzina sul fuoco sono stati illustri personaggi del mondo del calcio catalano. Su tutti, due simboli del calcio catalano e barcellonista degli ultimi anni, come Piqué e Guardiola.

In settimana, un tweet di Gerard Piqué ha fatto di il giro della rete. In sostanza, il campione del Barcellona non ha fatto altro che ribadire il suo pensiero “catalanista”, come più volte aveva espresso in passato. L’hashtag #Votarem lanciato dal catalano non è passato inosservato ed è tornato indietro come un boomerang: #FueradelaSelección gli hanno risposto gli utenti di Twitter. Un crepa in un vaso di cristallo che sta potrebbe rompersi da un momento all’altro, soprattutto gli ultimi colpi ricevuti dai fischi del Bernabéu durante la gara tra Spagna e Italia. Per capirci: se l’inno spagnolo avesse un testo, Piqué non lo canterebbe. Eppure, nonostante gli screzi con il resto del paese, il giocatore continua a essere nella lista dei convocati di Lopetegui. L’ultima volta è stata ieri, quando il ct spagnolo ha annunciato quali saranno i 23 convocati per le sfide di qualificazione al mondiale di settimana prossima. E se giovedì parlava da vero rivoluzionario (“Da oggi a domenica esprimeremo il nostro pensiero in maniera pacifica – scriveva su Twitter – non gli daremo nessuna scusa. È quello che vogliono. E canteremo più forte che voteremo”), ieri il centrale del Barcellona è sembrato essere meno convincente commentando la sua convocazione in Nazionale: “Ho sempre detto che vestire la maglia della Nazionale è un orgoglio”. Parole che sembrano in contraddizione con quanto affermava un anno fa in un’intervista televisiva: “In un paese democratico come la Spagna, il diritto a poter decidere è la cosa più democratica che ci sia – spiegava – molte volte volte è stato proprio tutto questo a fare in modo che tutte le volte che ho giocato con la Nazionale ricevessi un certo tipo di trattamento”.


Chi ha le idee più chiare a proposito di referendum è l’ex allenatore di Piqué, Pep Guardiola, tra i più attivi sostenitori del Sí nel referendum del primo ottobre in Catalogna. Il tecnico del Manchester City sta seguendo attentamente le vicende della sua terra continuando a inviare messaggi favorevoli all’indipendenza: “Spero che sia una festa della democrazia – risposto ai giornalisti Guardiola alla vigilia della sfida con il Chelsea – e spero che le cose si svolgano in maniera pacifica come ha detto Piqué. L’ex allenatore del Barcellona, per ribadire questi concetti, ha anche prestato il volto alla campagna dell’Assemblea Nacional Catalana (ANC) per rivendicare il diritto al voto per i suoi concittadini. In un video distribuito dall’assocazione indipendentista, Guardiola chiede alle istituzioni di far votare la sua gente: “Mi sembra che la cosa più importante – spiega Guardiola – è applicare la democrazia quando un popolo chiede di votare. I desideri e le speranze dei catalani del ventunesimo secolo sono diversi da quelli del secolo scorso, soprattutto dopo la dittatura franchista”.

L’esempio più riccorrenre nei discorsi di Guardiola è quello che riguarda il caso della Scozia del settembre 2014: “La gente non sta chiedendo l’indipendenza, ma solo di andare a votare. La stessa cosa che fecero gli scozzesi con l’Inghilterra. Niente di piú. Dicono che è la legge, ma le leggi fanno altre leggi e le leggi cambiano le altre leggi in modo che queste leggi possano adattarsi meglio alle nuove società. Non è poi così difficile”.
 

“Questo non è un gioco”, Guardiola e Il derbi del referendum: ecco perché lo sport catalano vota Sí

Montilivi voterà per l’indipendenza. Così come Girona. Il derby con il Barcellona di sabato sera, è stato ribattezzato in “Il derby del referendum”. La rivalità tra le due compagini in campo era talmente inesistente, che la partita vinta in scioltezza dalla squadra di Valverde, si è trasformata in uno spot per il voto dell’1-O, come lo chiamano in Spagna. Una sigla che c’entra poco con il calcio: non si tratta infatti di un risultato come si potrebbe credere in apparenza, ma dell’abbrevazione della data “1 di ottobre”. Così come avvenuto al Camp Nou in Champions, nella prima uscita europea del Barcellona, anche sabato allo stadio del Girona il calcio è stato “sfruttato” per fare propaganda politica. “No ens ho impediraan, vota!” (“Non ce lo impediranno, vota!”). Questo era il messaggio che ha accolto i tifosi che si dirigevano all’impianto sportiva subito dopo esser entrati nella città indipendentista. Nelle ultime elezioni generali, quelle in cui i partiti sovranisti, Esquerra Republicana e quello che era ancora noto con il nome di Convergenza Democratica de Catalunya, riuscirono a trovare ulteriori consensi nelle province di Barcellona e Tarragona, feudi in cui si era imposto En Comú Podem. A Girona e Lleida l’indipendenza ha continuato a salire. Nella capitale di Girona, per essere più concreti, Esquerra, in coalizione con Catalunya Sì, ha raggiunto i 10.415 voti. Convergència ne ha ottenuti 9.208. La terza forza, con 6.949, è rimasta ad una grande distanza.


A Girona si scommette fortemente sull’ideale indipendentista. Ci si scommette talmente tanto che, a volte, il ruolo di queste elezioni viene camuffato e “giustificato” con un pretesto: quello di avere il diritto di poter decidere. Il centro città è “impacchettato” da volantini e striscioni di propaganda a favore del referendum. L’unica scelta, da quelle parti, è una e una soltato: un Sì in condizionato. “Ho una possibilità sola di votare e non avrò paura di sfruttarla”, dice un ragazzo in uno dei manifesti.

La estelada, la bandiera tipica della Catalogna, è stata la più utilizzata nel derbi català. Perchè il calcio, ancora una volta diventa motivo di unione, stavolta politica. Attorno al Montilivi i volontari di ANC sponsorizzavano il referendum, proprio come fatto al Camp Nou prima di Barcellona-Juventus. Sugli spalti, tra i volantini colorati con il Sì ben evidente al centro e annunciato dagli altoparlanti dello stadio, un’ovazione accoglie Carles Puigdemont l’ex sindaco di Girona, oggi presidente della Generalitat catalana. Scemati gli applausi, risuona l’inno di Catalunya, “Els Segadors” e sulle sue ultime note risuona il coro: “Votarem“. Non c’è bisogno di altre traduzioni. E se qualcuno non avesse ancora capito bene dove si trovi, sulla facciata della facoltà di Scienze nel campus universtario di Girona c’è un messaggio a ricordaglielo: “Welcome to the Catalan Republic”. Lo stesso che copriva metà della curva del Camp Nou neanche due settimane fa e che aveva messo in imbarazzo il presidente bianconero Andrea Agnelli di fianco al suo “collega” Bartomeu.


“Esport pel Sí”, il manifesto degli sportivi catalani – La verità è che in Catalogna questa cosa del referendum l’hanno presa molto sul serio anche gli sportivi. La voglia di separatismo ha talmente influenzato tutti, che anche i protagonisti del “gioco di squadra” e dell'”insieme si vince” hanno deciso di voler continuare da soli. Il tutto è anche ufficializzato da un sito internet ad hoc: “Esport pel Sí“. Il messaggio è chiaro ed è ben spiegato nel manifesto presente nella homepage: “Lo sport catalano vincerà grazie al tuo sì”. A sostegno di quanto dicono, c’è anche uno studio economico. Secondo il manifesto catalano lo sport riceverà grandi benefici dall’indipendenza: calcolano che, se la separazione dovesse verificarsi, lo sport riceverebbe una crescita di quasi 90 milioni di euro e oltre 700 posti di lavoro nel giro di tre o quattro anni. Aumenterà anche il numero di atleti catalani che parteciperanno alle Olimpiadi: “Dai 98 attuali ai 129/149 sportivi che, nel medio periodo, potranno aspirare a ottenere tra le 8 e le 9 medaglie“, si legge. E se la Federnuoto catalana sarà la Federazione con l’unico bilancio “leggermente” negativo, i catalani si potranno rifare ovviamente con il calcio che vedrà crescere gli introiti del 72%, seguita da pallacanestro e tennis. Tutto ciò, ovviamente, sarà gestito dal COC: il Comitato Olimpico Catalano. E così nel video spot del sito figurano molti famosi sportivi: la doppia medaglia d’argento olimpica, Natalia Vía-Dufresne, è il volto più riconoscibile in una campagna che vede oltre a tecnici come Anna Tarrés (sincronizzato) o Salva Maldonado (basket), anche ex atleti come Sergi Ten (beach volley) o Marta Vilajosana (ciclismo).

Lo spot di Guardiola – Tra i più attivi sostenitori del Sí nel referendum del primo ottobre in Catalogna c’è sicuramente Pep Guardiola. L’allenatore del Manchester City sta seguendo attentamente le vicende della sua terra continuando a inviare messaggi favorevoli all’indipendenza: “Mi sembra che la cosa più importante – spiega Guardiola – è applicare la democrazia quando un popolo chiede di votare. I desideri e le speranze dei catalani del ventunesimo secolo sono diversi da quelli del secolo scorso, soprattutto dopo la dittatura franchista”.

Il tecnico catalano, piú volte interpellato dai giornalisti sull’argomento, utilizza spesso il paragaone con il caso della Scozia del settembre 2014: “La gente non sta chiedendo l’indipendenza, ma solo di andare a votare. La stessa cosa che fecero gli scozzesi con l’Inghilterra. Niente di piú. Dicono che è la legge, ma le leggi fanno altre leggi e le leggi cambiano le altre leggi in modo che queste leggi possano adattarsi meglio alle nuove società. Non è poi così difficile”.

L’ex allenatore del Barcellona, per ribadire questi concetti, ha anche prestato il volto alla campagna dell’Assemblea Nacional Catalana (ANC) per rivendicare il diritto al voto per i suoi concittadini. In un video distribuito dall’assocazione indipendentista, Guardiola chiede alle istituzioni di far votare la sua gente.

 

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“Welcome to the Catalan Republic”: ecco la propaganda del Camp Nou

La festa del Camp Nou di ieri sera non è stata solo una festa del calcio e neanche l’ennesimo show di Leo Messi, uno dei tre più grandi di sempre. Quello che abbiamo visto ieri sera a Barcellona non capita spesso fuori e dentro un campo di calcio. Quante volte infatti, nella storia recente di questo sport, dentro e fuori uno stadio si è parlato di politica? Certo, le curve italiane sono storicamente legate a questa o a quella ideologia ma sempre meno si esprimono in maniera così decisa e unita attorno a un campo di calcio. 
Abbiamo provato a rivedere la partita di ieri con un altro occhio, quello di chi non si fa abbagliare dalle magie di Messi e che mette da parte lo sfottò. Sì, perchè ieri a Barcellona si è parlato ancora una volta di indipendenza con una propaganda che è iniziata già dalle 18.30, quando i primi sostenitori del separatismo catalano si sono radunati agli ingressi del Camp Nou per distribuire i volantini del “Si definitiu”, il Sì definitivo da scrivere sulle schede del referendum del primo ottobre, quando (teoricamente) il popolo di Catalunya sarà chiamato a votare per decidere se diventare uno stato autonomo, al di fuori del territorio spagnolo.

Apparentemente la situazione sembra essere molto equilibrata: se è vero che molti sono i favorevoli alla separazione, c’è da dire che altrettanti sono quelli che vorrebbero restare legati alla Spagna. Anche se le immagini del Camp Nou mostravano tutt’altro. Ieri il calcio è stato “sfruttato” per veicolare un messaggio politico ben preciso: “Indipendenza!”. Molti si saranno accorti degli striscioni apparsi nella curva blaugrana a ridosso del fischio iniziale del match, quelli che volevano dare un messaggio alla Spagna e all’Europa: “Benvenuti nella Repubblica Catalana”, un messaggio da far passare attraverso le telecamere della Champions League, la più importante manifestazione sportiva dopo i mondiali di calcio.

Una competizione che rappresenta l’Europa, un’Europa dove si cerca di unire più che dividere. Ed è forse proprio per questo motivo che all’ingresso in campo l’inno della Champions League è stato fischiato come si fa quando si gioca contro un rivale difficile da battere o contro un acerrimo nemico. Chissà come sarebbe la Champions League senza il Barcellona, sicuramente meno spettacolare. Anche se non è proprio sicuro che i vari Messi, Suarez, Dembelè e via dicendo continuerebbero a vestire la maglia blaugrana, senza la Champions League.

La sintesi della serata la si può riassumere nel siparietto tra il presidente del Barcellona Josep Maria Bartomeu e il suo “collega” juventino Andrea Agnelli che, sorpreso da quegli striscioni ha chiesto al numero uno catalano una spiegazione. Come a dire: “Perché allo stadio ci sono questi messaggi?”. Sembra stranissimo, ma è così: stavolta siamo noi a stupirci degli altri. La risposta di Bartomeu forse è stata ancor più imbarazzante: “Welcome to the Catalan Republic”, ha sussurrato il presidente ad Agnelli che non ha potuto far a meno di nascondere sotto i baffi, o meglio la barba, una risata a denti stretti. Forse non aveva ancora smaltito l’euforia della Díada, il giorno della festa di Catalunya. Fatto sta che davanti alle telecamere, Bartomeu non è stato altrettanto spavaldo: “Noi come club, non ce la sentiamo di prendere una posizione”. Ecco, speriamo che tra quindici giorni i catalani facciano un passio indietro alla stessa maniera. 

Ecco cosa pensavano i giocatori del Psg prima del ritorno con il Barcellona

Una cena tra amici. Quarantotto ore prima della disfatta. Sembrava impossibile, eppure il Barcellona ce l’ha fatta. Non potevano immaginarsi un epilogo tanto triste quelli del Psg. Questo video da un po’ di tempo circola sul web: è stato realizzato da l’emittente francese J-2 e fa parte della serie a puntate Supper Club. Quattro giocatori del Psg, Verratti, Draxler, Matuidi e Meunier, sono a tavola mentre chiacchierano dell’ottavo di finale di ritorno con il Barcellona e tutto si apre con questa domanda a bruciapelo di Marco Verratti: “Se perdiamo 5-1 passiamo lo stesso, vi andrebbe bene?”

Draxler: “Io sarei felice”
Matuidi: “Che diavolo, sarei felice”
Verratti: “Se me l’avessero detto prima dell’andata sarei stato felice, però adesso suona un po’ strano”
Meunier: Io sicuramente sarei incazzato. Se perdiamo 5-1 la gente ci prende per il culo.
Verratti: “Però sei qualificato e hai fatto 4 gol all’andata”
Meunier: “Certo, però la gente dirà ‘hai visto il PSG? Pensavo fosse forte e invece ha perso 5-1 con il Barcellona. Che schifo”
Matuidi: “Meunier, cosa sarebbe meglio per te? Segnare subito o finire 0-0 al primo tempo?”
Meunier: “Non abbiamo molta scelta, dobbiamo attaccare e mettere pressione”
Draxler: “Credo che segneremo nel primo tempo”
Matuidi: “Dobbiamo difendere quello che abbiamo conquistato. La prima partita fu difficile. Non credi, Verratti? Il campo è enorme!”
Verratti: “Hai mai giocato lì, Draxler?”
Draxler: “No, non ancora”
Meunier: “Verratti, dove segnasti di testa al Barcellona? In casa o in trasferta?”
Verratti: “In casa”
Matuidi: “Dopo un minuto facciamo subito gol, poi loro ci attaccheranno in massa ma non lasciamo spazi per attaccare”
Draxler: “Blaise, dovrai correre tantissimo”
Matuidi: “Ho bisogno che tu faccia tutto bene”
Draxler: “No, tu”
Verratti: “E’ enorme il Camp Nou”
Matuidi: “Sì, è molto grande”
Meunier: “Davvero? Più grande di quello del Psg?”
Verratti: “Si, non si arriva mai alla fine. Per tutto il tempo in cui porti la palla. Quando Neymar prende la palla e si gira, ti becchi e sempre l’uno contro uno.
Meunier: “Però quest’anno abbiamo 4 gol di vantaggio”
Matuidi: “Si, quattro gol. Ma ripeto: i primi 20 minuti saranno importanti”
Draxler: “L’anno scorso vincemmo 2-0 col Wolfsburg”
Matuidi: “Contro il Barcellona?”
Draxler: “No, Real. E dopo 20 minuti al Bernabeu eravamo già 2-2. Il Real aveva già segnato due gol. Ehm… come si dice ‘minuto 80’ in francese? Ecco, all’ottantesimo segna Ronaldo. 3-0.

Juve, ecco perché il Barcellona ti teme 

La parola d’ordine, neanche a dirlo, è Remontada. Stavolta, però, a Barcellona non sembrano prenderla con la stessa tranquillità delle ultime uscite. I blaugrana devono rimontare il pesante 3-0 incassato da Dybala e compagni allo Juventus Stadium nell’andata dei quarti di finale di Champions League e, per riuscire nell’impresa, l’ambiente sta provando a caricare la squadra in vista del ritorno di mercoledì.

Nei giorni scorsi Luis Enrique ha iniziato a lanciare qualche sassolino dichiarando in conferenza stampa che la rimonta con i bianconeri dovrebbe essere più facile di quella realizzata agli ottavi con il Paris Saint Germain. Numericamente sì – aggiungiamo noi – è più facile segnare 4 gol che 5, ma forse non alla Juventus. Basti pensare che l’ultimo 0-4 la Vecchia Signora l’ha subito ben 13 anni fa: era l’8 febbraio 2004, quando la Roma di Capello travolse Del Piero e compagni all’Olimpico (per capirci era la gara del gesto di Totti: “4 e a casa”). Da allora, la Juventus ha subito 4 reti solo altre due volte (serie B inclusa) e comunque sempre segnando almeno un gol. La più recente è stata lo scorso anno con il Bayern Monaco, anche se il 4-2 finale è arrivato nei supplementari dopo il folle 2-2 subito in rimonta nei tempi regolamentari. L’altra partita in cui Buffon ha dovuto raccogliere per 4 volte il pallone dal fondo della rete è stata il 20 ottobre 2013: al “Franchi” la Fiorentina batté la Juventus 4-2 con un super Pepito Rossi.

Lo sa bene il Barcellona che probabilmente non ha mai avuto così tanta paura di non riuscire a rimontare un passivo, come oggi. Neanche dopo la semifinale d’andata della Champions 2010, con il 3-1 incassato a San Siro dall’Inter di Mourinho che poi avrebbe realizzato il Triplete. Ecco perché a Barcellona hanno vissuto una Pasqua meno serena del solito. Già da oggi, giorno di Pasquetta, i catalani hanno cominciato a riempire il proprio profilo Twitter di link scaramantici, quasi a invocare l’ennesimo miracolo.

Tutto è iniziato questa mattina presto, quando il Barça ha presentato la bozza della coreografia che accoglierà le squadre all’ingresso in campo mercoledì: il Camp Nou indosserà l’abito migliore per sostenere Messi e compagni nella partita più importante della stagione. La scritta è il motto della società: More than a club, il més que un club che caratterizza uno degli stadi più temuti d’Europa. 


Poi, a metà mattina, sono state ricordate tutte le goleade realizzate dai culé fino a oggi. I catalani ci hanno tenuto a ricordare che quella con il Psg non è l’unico punteggio tennistico firmato da Messi e i suoi. Il sito del Barcellona ha sottolineato come alla squadra di Luis Enrique, per eliminare la Juventus, è sufficiente ripetere uno qualunque dei risultati ottenuti quest’anno al Camp Nou: c’è un 7-0 rifilato al Celtic, un 4-0 al Manchester City e poi ripetuto con il Borussia Möenchgladbach. Come se non bastasse, il Twitter catalano ha continuato a emettere cinguettii apotropaici fino al pomeriggio ricordando le storiche rimonte del club. 

La più “vecchia” è del 2000. Dopo aver perso 3-1 a Stamford Bridge contro il Chelsea, il Barça riuscì ad imporsi sugli inglesi con un sonoro 5-1 ai supplementari davanti al pubblico amico. Un’altra rimonta, il Barcellona l’ha compiuta nel 2013 ed è quella a cui, oggi, si guarda con maggiore speranza perché avvenuta sul Milan di Massimiliano Allegri. Il 2-0 di San Siro fu ribaltato da un sonoro 4-0, anche se ancora oggi i tifosi rossoneri recriminano per un palo colpito da Mbaye Niang sul 3-0 che avrebbe potuto cambiare l’esito della qualificazione. 


Insomma, sembra che il Barça le stia pensando davvero tutte pur di riuscire a passare il turno. Certo, per la Juventus sarà difficile soprattutto se Luis Enrique dovesse mettere in campo gli otto attaccanti promessi qualche giorno fa. Tuttavia i bianconeri hanno le carte in regola per strappare il biglietto delle semifinali e con un po’ di sano orgoglio nazionalista, vogliamo ricordare noi ai catalani quando, nel 2003, non riuscirono a superare lo scoglio bianconero. Nell’andata dei quarti di finale di quel torneo, la Juventus di Marcello Lippi non riuscì ad andare oltre l’1-1 al “Delle Alpi” (gol di Montero e Saviola), ma al ritorno la squadra allenata da Radomir Antic, in svantaggio per la rete di Nedved, non realizzò la rimonta. Dopo il pareggio di Xavi, che prolungò la gara ai supplementari, Zalayeta trovò la rete della qualificazione a 6 minuti dai rigori.

“Stasera qui non si gufa Juve, si tifa Barça”

Con l’andata dei quarti di Finale di Champions League tra Juventus e Barcellona, torna a tenere banco il più classico dei discorsi “etico-calcistico”. Tifare o gufare? Questo è il problema.

Tuttavia, mentre nel resto d’Italia l’eterno i tifosi continueranno a discutere sull’eterno dilemma in una città della Sardegna non avranno dubbi su chi sostenere stasera tra Messi e Higuain.

Ad Alghero, infatti, c’è una piccola comunità catalana che urlerà di gioia solo per i gol di Suarez e Neymar. Ma perchè in questa parte nord occidentale dell’isola si tifa Barça? Per capirlo bisogna sapere che fra i 32mila abitanti di Alghero è ancora viva una parlata catalana appartenente che sarebbe parlata ancora oggi da 18mila persone. La presenza storica della comunità catalana in Sardegna risale al 1323 quando Alonso d’Aragona iniziò la conquista dell’isola: Alghero, fedele alla Repubblica Genovese, cadde solo nel 1353, sotto l’azione dell’ammiraglio Bernat De Cabrera.

I locali, però, non accettarono passivamente la presenza dei nuovi dominatori spagnoli protestando con diverse rivolte popolari. Ne seguì il re Pietro il Cerimonioso decise espellere, nel 1372, tutti i genovesi ed i sardi ripopolando la zona con emigrati spagnoli provenienti da Valencia, dal Penedés, dalle Baleari, Barcellona e da Taragona.

In seguito il catalano divenne addirittura lingua ufficiale in tutta la Sardegna settentrionale ed Alghero, dotata di ampia autonomia, divenne un unicuum sopratutto per quanto riguarda la lingua. Anche dopo il passaggio dell’isola sotto il dominio dei Savoia e la conseguente introduzione dell’italiano dell’uso pubblico ed ufficiale, l’uso parlato del catalano continuò a vivere.

Nel dopoguerra vennero fondati diversi gruppi culturali, tra i quali il Centre d’Estudis Algueresos nel 1950, che hanno promosso un’intensa attività fatta da pubblicazioni, concorsi poetici, ricerche e sopratutto, dal 1973, i primi esempi di insegnamento scolastico.

Oggi la lingua catalana è ancora molto usata sia nella produzione letteraria, sia nella toponomastica che nella vita culturale locale. E non fa eccezione la stampa, con il giornale La Revista de l’Alguer.

Storia a parte, Alghero vivrà la sua notte di Champions divisa a metà tra juventini e catalani. Come nel 2015, quando la finale di Champions proprio tra la squadra di Allegri e i blaugrana scatenò non poche polemiche nella cittadina sarda. Durante il primo tempo di quella finale, infatti, il sindaco Mario Bruno postò su Facebook una foto del Camp Nou creando un certo attrito con gli algheresi di fede juventina tanto che lo stesso Bruno decise di rimuovere lo status.

Andando più indietro nel tempo, a cavallo tra il 2010 e il 2012, un altro sindaco di Alghero fu protagonista di una vicenda legata sempre al Barcellona e alla Champions League. In quel periodo le sfidanti dei catalani erano le milanesi. Nel 2010 il primo cittadino di Alghero era Marco Tedde che, in occasione della semifinale con l’Inter, si schierò dalla parte della squadra di Guardiola. Alcuni algheresi, i più “italiani” della città, lo accusarono di aver preso le parti dei “colonizzatori”. Due anni dopo però Tedde non si comportò alla stessa maniera quando a sfidare il Barça in Champions fu il Milan, suscitando non poche polemiche. Nessun ripensamento sui “colonizzatori”. In realtà Tedde era milanista.

Un terremoto e l’esplosione di gioia di un cronista: ecco cosa ha provocato il gol di Sergi Roberto

Un gol che ha fatto tremare i tifosi del Barcellona. Letteralmente. Mercoledì, Sergi Roberto non è entrato solo nella storia del calcio moderno con la rete del 6-1 del Barcellona sul Paris Saint Germain, ma sarà ricordato in qualche modo anche nella storia sismica catalana.

Durante la partita di Champions League dell’8 marzo si è verificato un evento piuttosto curioso. Un sismografo installato presso l’Instituto de Ciencias de la Tierra Jaume Almera, a circa mezzo chilometro dallo stadio, ha rilevato un piccolo terremoto nella fase finale della partita. Da una rapida valutazione i geologi hanno individuato la causa: a generare il “mini-sisma” sono stati o quasi centomila tifosi blaugrana che, esultando al sesto gol contro i francesi, hanno fatto tremare la terra.

Non è la prima volta che si verifica un evento del genere. Il 29 settembre 2016, in occasione della gara dei gironi tra Napoli e Benfica, l’urlo dei 42 mila tifosi  presenti sugli spalti dello Stadio San Paolo era stato registrato dai sismografi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia dell’Osservatorio Vesuviano, che aveva pubblica anche il grafico del ‘movimento’ registrato.

Un altro “scossone da tifo”, la città di Napoli lo ha vissuto nel 2011. Forse in quell’occasione l’episodio fu ancor più clamoroso considerando che quella volta la squadra giocava lontano dal San Paolo. Il giorno dopo Manchester City-Napoli, Marcello Martini, direttore dell’osservatorio Vesuviano sulla Gazzetta dello Sport aveva detto che appena dopo il gol del momentaneo vantaggio siglato da Cavani, erano stati registrati “piccoli fenomeni sismici dovuti all’esultanza dei tifosi”. Come spiega il sito meteowb.eu: “I tremori causati da eventi di massa come partite di calcio e concerti sono in realtà ben noti agli studiosi. I movimenti contemporanei di decine di migliaia di persone in uno spazio ridotto causa piccole vibrazioni del suolo che vengono rilevate dai sismografi più vicini. Queste vibrazioni sono assolutamente impercettibili all’uomo, e la dinamica con cui vengono prodotte non è comparabile con quella dei terremoti, che hanno tutt’altra causa (rotture di faglie a chilometri di profondità sotto la superficie terrestre). Ciononostante provocano comunque piccolissime onde sismiche”.

Non solo la terra. Il gol di Sergi Roberto ha fatto tremare l’ugola e le corde vocali di giornalista radiotelefonico spagnolo Alfredo Martinez, che grida a squarciagola: “Grazie Barça per questa notta indimenticabile. Abbiamo già visto tutto. Sergi Roberto, evviva tua madre che ti ha messo al mondo”.