Senza Mondiale non siamo noi

La storia dei Mondiali, come dice Federico Buffa, ha scandito i tempi della nostra vita e inevitabilmente scandirà la vita di quelli che verranno. Niente di più vero, almeno fino a lunedì. Forse è proprio per questo motivo che ci ritroviamo disorientati. Il tempo sembra essersi fermato al minuto 95’ di Italia-Svezia.

Una sensazione strana, inspiegabile. Un limbo che ci disorienta, perché non lo abbiamo mai vissuto. Per sessant’anni non ne abbiamo mai saltato uno: ogni quattro anni, l’estate era la Nazionale. I bagni al mare, le birre con gli amici, le poche ore di sonno a sventolare la bandiera o a piangere proprio per quella bandiera.

Quella bandiera che sentiamo nostra solo in quel mese dell’anno. Il mese in cui tutti ci sentiamo italiani. Ma anche tifosi, giornalisti, opinionisti, commentatori e, soprattutto, commissari tecnici. Ecco perché ci fa così effetto questa eliminazione. È come sapere che in futuro la nostra memoria avrà un buco di otto anni.

Per noi, che il calcio lo amiamo fin da ragazzini quando sulle spalle di papà entriamo per la prima volta allo stadio, è impensabile restar fuori. Noi, che non smettevamo mai di sbucciarci le ginocchia nella piazza sotto casa, noi che facevamo le porte con le felpe, noi che gridavamo “macchina”, noi che anche a trent’anni quando giochiamo a calcetto con gli amici esultiamo ancora come fanno i nostri campioni, noi che non smettiamo di criticare le scelte dell’allenatore, noi che allo stadio gli urliamo sempre “metti una punta!”, noi che abbiamo che in ogni partita conserviamo le posizioni e l’abbigliamento della volta in cui abbiamo visto vincere la nostra squadra, noi che non laviamo la maglia di Baggio dal ‘94, noi che litighiamo ancora per decidere chi sia più forte tra Totti e Del Piero, noi che non ce ne frega del calcio ma vediamo solo i Mondiali e gli Europei, noi delle notti magiche, noi dell’urlo di Tardelli, di Bruno Pizzul, di andiamo a Berlino, noi che abbiamo visto la testata di Zidane, noi che odiamo il golden goal, noi che abbiamo visto Toldo battere l’Olanda, noi che non abbiamo digerito il biscotto, noi eliminati da Ahn, noi che ci ricordiamo esattamente tutto quello che accadeva intorno a noi quando Fabio Grosso segnava l’ultimo rigore con la Francia, noi che non guardiamo le partite di qualificazione ai mondiali pensando che “tanto prima o poi ci qualificheremo”, noi che al prossimo mondiale saremo sposati, noi che al prossimo mondiale d’estate avremo dei figli, noi che lunedì sera piangevamo sugli spalti di San Siro le ultime lacrime da ventenni, trentenni, cinquantenni.

Noi che abbiamo vinto quattro volte. Noi, che adesso non ci saremo. Noi, che senza Mondiale non siamo più noi.

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“Ecco perché abbiamo giocato con la bandiera spagnola”

Sono stati gli attori non protagonisti della settima giornata di Liga, anche se molti non se ne sono resi conto. Nella giornata del referendum catalano mentre gli occhi del mondo del calcio rimanevano incantanti a guardare i seggiolini vuoti del Camp Nou, a molti sfuggiva un piccolo dettaglio presente sulla maglia de Las Palmas. La squadra delle Isole Canarie è già passata alla storia della letteratura calcistica, e non solo perché il calendario ha voluto che fosse la sfidante del Barcellona proprio nel giorno del voto sull’indipendenza. Quello che ha colpito di questa squadra, e che ha fatto discutere in Spagna, è stata la scelta di vestire una maglia speciale per l’occssione: nel giorno del referendum catalano, in quello che sarebbe stato un Camp Nou tappezzato da Senyeras (la biandiera catalana a strisce gialle e rosse) e in un trionfo di cori indipendentisti, prima dopo e durante il minuto 17.14. Sì, perché il Las Palmas si è presentato a Barcellona con una piccola toppa raffigurante la bandiera spagnola cucita sul petto. Il presidente Miguel Ángel Ramírez, non era al Camp Nou per motivi personali, ma a poche ore dal triplice fischio aveva già un quadro completo della situazione. A raccontargli quanto accaduto allo stadio la sua dirigenza, seduta nella tribuna del Camp Nou in una giornata decisamente fuori dal comune. Ramírez ha saputo anche della bandiera e, benché non ce ne fosse bisogno, ha comunque voluto spiegare il perché la sua squadra abbia deciso di portare sul petto la bandiera di Spagna.

“È stata una situazione difficile – dice in un’intervista a El Mundo – ma abbiamo voluto pensare anche a quei catalani di cui non si parla, quelli che vogliono continuare a essere catalani sì, ma anche spagnoli”. Un pensiero, dunque, a tutte quelle persone che non vogliono la creazione della Repubblica Catalana ma comunque restando alla larga da accostamenti politici: “Il Barcellona sì, ha deciso di avvicinarsi alla politica indipendentista e non ha motivo di andare contro i suoi stessi interessi. Per quanto ci riguarda, invece, c’è da dire che noi non portiamo mai la bandiera spagnola sulla maglia – spiega – e proprio per questo ci tengo a sottolineare che non si è trattato di una scelta politica. Volevamo far sentire la nostra vicinanza a tutti coloro con cui condividiamo l’amore per quella bandiera. Non capita spesso di vedere una situazione come quella che si è verificata domenica ma bisogna riconoscere a Bartomeu la scelta di giocare nonostante le forti pressioni ricevute”.
Ramírez non vuol sentir parlare di referendum: “A me non compete entrare in queste decisioni, né tantomeno posso permettermi di dire se fosse giusto o sbagliato che si votasse – afferma – quello che sicuramente posso dire invece è che la nostra decisione non voleva essere una provocazione di alcun genere. Nessuno mi convincerà che usare la bandiera del mio paese, nel mio paese, sia una provocazione. In nessun modo”.

Piqué, Guardiola e il minuto 17.14: quando il Camp Nou chiede l’indipendenza

Sento spesso dire che non bisogna mischiare sport e politica. Al contrario, a mio avviso è obbligatorio farlo perché lo sport è la proiezione del Paese nel mondo, e per questo è tanto importante. Non si possono separare le due cose”. Gerard Figueras è il Direttore Generale dello Sport della Generalitat catalana, il Ministro dello sport della regione che domenica potrebbe scegliere la propria indipendenza dalla Spagna.

La Gazzetta dello sport, 26 settembre 2017

Forse Gerard Figueras in quest’intervista alla Gazzetta dello Sport di qualche giorno ha fatto finta di dimenticare o, al contrario, ha semplicemente voluto ribadire per l’ennesima volta quanto il calcio sia un importante strumento di propaganda. Soprattutto in Catalogna e ancor di più in questi giorni in cui non si fa altro che parlare del referendum per l’indipendenza del primo ottobre.

Negli ultimi tempi, su questo blog, è stato trattato in maniera più o meno approfondita il tema della potenza mediatica del calcio a livello politico nella regione spagnola che chiede l’indipendenza. Vi abbiamo svelato quello che è successo al Camp Nou, prima di Barcellona-Juventus e dello striscione “Benvenuti nella Repubblica Catalana”. Vi abbiamo raccontato come anche una maglia, quella del Lleida, potesse diventare motivo di rivendicazione d’indipendenza. E infine vi abbiamo narrato le vicende di quello che nei giorni a seguire il triplice fischio è stato rinominato derbi del referendum, quello tra Girona e Barça, una partita che da evento sportivo si è trasformata in una festa politica della Catalogna.


Insomma, negli ultimi tempi il futbol (senza accento sulla u, perché parliamo di Catalogna) è stato più utile di qualsiasi proclamo, più efficace di qualsiasi manifestazione, più convincente di qualsiasi discorso fatto da un esponente della Generalitat o da questo o quell’Alcalde. Forse grazie al suo essere universale, il calcio è riuscito a trasmettere meglio di qualsiasi figura politica un messaggio ben preciso. Non è un caso se oggi la politica catalana si affida al Barcellona, squadra stellare e affermata a livello mondiale, per continuare a diffondere il seme scissionista. Barcellona è il Camp Nou sono ormai da anni il centro nevralgico ed economico del calcio internazionale grazie ai suoi campioni e ai suoi trionfi, nonostante il prorompente ritorno del Real Madrid negli ultimi due o tre anni. Sarà anche per questo che i catalani vogliono separarsi? Chissà, quel che è certo è che il calcio e tutto lo sport catalano ha le idee ben chiare a proposito del referendum. Lo si può evincere dal manifesto dello sport catalano a favore del Sì, in cui si spiega come dall’indipendenza la federazione sportiva catalana in generale, e tutto il movimento calcistico in particolare potranno trarre un vantaggio (anche di tipo economico) dall’indipendenza.

Il tutto viene puntualmente ribadito dagli stessi aficionats, alias i tifosi catalani, al minuto 17.14 di ogni partita, quando dagli spalti si alzano i cori indipendisti. Numeri che ricordano l’anno 1714, quando la Catalogna perse l’indipendenza durante la guerra di successione (e non di secessione) alla corona spagnola. È bene precisarlo, perché forse non tutti sono informati sulla storia spagnola. Prima di arrivare al 1714 e al celebre giorno della Diada, che ancora oggi viene celebrata a Barcellona e dintorni come “festa nazionale”, bisogna ricordare gli eventi del 1700, anno in cui morì senza eredi Carlo II. A contendersi il trono erano gli Asburgo di Vienna e i Borbone di Parigi. Il conflitto nacque all’apertura del testamento del re defunto quando si scoprì che il trono era stato assegnato a Filippo d’Angiò, nipote di Luigi XIV e di Maria Teresa. Nei conflitti che ne seguirono, la corona d’Aragona (uno dei regni di Carlo II) parteggiò per il pretendente austriaco, mentre i regni di Castiglia e Navarra diedero il proprio sostegno al pretendente borbonico. Con la vittoria di quest’ultimo, che divenne re col nome di Filippo V di Spagna che si occupò immediatamente di   promulgare dei decreti per punire i territori che si erano schierati dalla parte dell’arciduca Carlo. Stiamo parlando dei decreti di Nueva Planta: tra questi c’è anche quello relativo alla Catalogna, del 1716, precisamente due anni dopo la caduta di Barcellona e degli uomini di Rafael dopo l’assedio dopo l’assedio da parte delle truppe borboniche avvenuto l’11 settembre 1714. Con quel decreto, vennero soppresse tutte le istituzioni politiche catalane (la Generalitat – il Governo -, le Corts Catalanes – il Parlamento – e il Consell de Cent – il Consiglio dei Cento). Il viceré fu sostituito da un capitano generale e la Catalogna venne suddivisa in corregidurías anziché nelle tradizionali vegueries con l’istituzione di un il catasto per imporre gravami sulle proprietà urbane e rurali. Il catalano fu privato dello status di lingua ufficiale e sostituito dal castigliano, che fu obbligatoriamente introdotto nelle scuole e negli uffici giudiziari, mentre le università  catalane che avevano appoggiato l’arciduca d’Austria vennero chiuse o trasferite.

La coreografia del Camp Nou in un clásico del 2012 riproduceva la bandiera catalana

Quasi duecento anni più tardi, nasceva il Barcelona Futbol Club, la squadra che ha fatto conoscere al mondo dello sport il desiderio separatista di un’intera regione. E per uno strano scherzo scherzo del destino proprio quel club fu fondato da svizzeri e britannici, popoli che nel 2017 non appartengono all’Unione europea. Lo stesso destino della Catalogna se dovesse dividersi dalla Spagna, non senza ripercussioni dal punto di vista sportivo.

Non è qualcosa di recente, certo, ma negli ultimi anni il rito del minuto 17.14 è diventata un’abitudine sempre più caratterizzate delle partite che si giocano nella regione catalana. Inizialmente, furono proprio i culè, i tifosi del Barcellona, a dare l’iniziazione: lo si faceva dutante il clasico, l’incontro tra Real e Barça che più di ogni altro rappresenta l’etera lotta tra la Catalogna indipendentista e la Spagna nazionalista. Il rito del minuto 17.14 ha cominciato a scavallare i confini iberici il 23 ottobre 2012 quando i tifosi del Barcellona osservarono quest’usanza di intonari cori a favore dell’indipendenza nella gara di Champions League contro il Celtic. Guarda caso una squadra scozzese: ed è proprio la Scozia uno degli esempi più ricorrenti tra i catalani. Peccato che la prima uscita ufficiale in Europa del minuto 17.14 fu rovinata dal gol di Samaras, arrivato proprio al 17′ dal primo tempo (partita poi vinta in rimonta 2-1 dai blaugrana). Da allora quest’abitudine è stata conservata e si è rafforzata negli anni fino ai giorni nostri.

A gettar la benzina sul fuoco sono stati illustri personaggi del mondo del calcio catalano. Su tutti, due simboli del calcio catalano e barcellonista degli ultimi anni, come Piqué e Guardiola.

In settimana, un tweet di Gerard Piqué ha fatto di il giro della rete. In sostanza, il campione del Barcellona non ha fatto altro che ribadire il suo pensiero “catalanista”, come più volte aveva espresso in passato. L’hashtag #Votarem lanciato dal catalano non è passato inosservato ed è tornato indietro come un boomerang: #FueradelaSelección gli hanno risposto gli utenti di Twitter. Un crepa in un vaso di cristallo che sta potrebbe rompersi da un momento all’altro, soprattutto gli ultimi colpi ricevuti dai fischi del Bernabéu durante la gara tra Spagna e Italia. Per capirci: se l’inno spagnolo avesse un testo, Piqué non lo canterebbe. Eppure, nonostante gli screzi con il resto del paese, il giocatore continua a essere nella lista dei convocati di Lopetegui. L’ultima volta è stata ieri, quando il ct spagnolo ha annunciato quali saranno i 23 convocati per le sfide di qualificazione al mondiale di settimana prossima. E se giovedì parlava da vero rivoluzionario (“Da oggi a domenica esprimeremo il nostro pensiero in maniera pacifica – scriveva su Twitter – non gli daremo nessuna scusa. È quello che vogliono. E canteremo più forte che voteremo”), ieri il centrale del Barcellona è sembrato essere meno convincente commentando la sua convocazione in Nazionale: “Ho sempre detto che vestire la maglia della Nazionale è un orgoglio”. Parole che sembrano in contraddizione con quanto affermava un anno fa in un’intervista televisiva: “In un paese democratico come la Spagna, il diritto a poter decidere è la cosa più democratica che ci sia – spiegava – molte volte volte è stato proprio tutto questo a fare in modo che tutte le volte che ho giocato con la Nazionale ricevessi un certo tipo di trattamento”.


Chi ha le idee più chiare a proposito di referendum è l’ex allenatore di Piqué, Pep Guardiola, tra i più attivi sostenitori del Sí nel referendum del primo ottobre in Catalogna. Il tecnico del Manchester City sta seguendo attentamente le vicende della sua terra continuando a inviare messaggi favorevoli all’indipendenza: “Spero che sia una festa della democrazia – risposto ai giornalisti Guardiola alla vigilia della sfida con il Chelsea – e spero che le cose si svolgano in maniera pacifica come ha detto Piqué. L’ex allenatore del Barcellona, per ribadire questi concetti, ha anche prestato il volto alla campagna dell’Assemblea Nacional Catalana (ANC) per rivendicare il diritto al voto per i suoi concittadini. In un video distribuito dall’assocazione indipendentista, Guardiola chiede alle istituzioni di far votare la sua gente: “Mi sembra che la cosa più importante – spiega Guardiola – è applicare la democrazia quando un popolo chiede di votare. I desideri e le speranze dei catalani del ventunesimo secolo sono diversi da quelli del secolo scorso, soprattutto dopo la dittatura franchista”.

L’esempio più riccorrenre nei discorsi di Guardiola è quello che riguarda il caso della Scozia del settembre 2014: “La gente non sta chiedendo l’indipendenza, ma solo di andare a votare. La stessa cosa che fecero gli scozzesi con l’Inghilterra. Niente di piú. Dicono che è la legge, ma le leggi fanno altre leggi e le leggi cambiano le altre leggi in modo che queste leggi possano adattarsi meglio alle nuove società. Non è poi così difficile”.
 

La prima “vittima” del Wanda è un bar dei tifosi del Real Madrid

La sfortuna di trovarsi al posto sbagliato, nel momento sbagliato. È quella che perseguita Joaquin e Mari, di 65 e 63 anni, dal preciso momento in cui l’Atletico Madrid ha annunciato la creazione del nuovo stadio, il Wanda Metropolitano, inaugurato lo scorso 16 settembre. 

 Dal 1986 gestiscono il bar Akelarre: per caprici, a quei tempi La Peineta non faceva ancora parte dell’arredo urbanistico di Madrid. E questo posto, in oltre trent’anni di storia, è sempre stato una roccaforte del tifo madridista. Dietro il bancone di Joaquin c’è una specie di “museo” dedicato alle merengues: ci sono l’ottava, la nona, la decima e anche le ultime due Champions League. Ci sono le foto di Zidane, Beckham, Ronaldo e Raúl. Articoli di giornali e le rose che hanno fatto la storia del Real. Peccato che oggi, a poco più di 500 metri dal bar sorge proprio la nuova casa rojiblanca. “Chi l’avrebbe mai detto”, spiega con un velo di tristezza negli occhi Joaquin, costretto a tenere il locale chiuso nel giorno d’inaugurazione del Wanda Metropolitano. 

Mesi fa il proprietario del bar Akelarre aveva raccontato già degli eventuali problemi che il nuovo stadio dell’Atleti avrebbe potuto causargli. Preoccupazioni che si sono trasformate in realtà: “La mia idea è quella di creare un luogo di fratellanza tra le due tifoserie, anche se pe il momento preferisco aspettare”, dice ad Abc Joaquin che nel fine settimana della “prima” del Wanda si è concesso un weekend di relax, forse anche a causa delle minacce che gli sono arrivate attraverso la rete. Tre giorni di riposo a Malaga dove oltre alla nipotina di 4 anni, ad aspettare Joaquin e Mari c’è la casa in cui si godranno la pensione: “Siamo ancora autosufficienti – racconta Joaquin – e volevamo aspettare che lei (Mari) raggiungesse l’età per andare in pensione e goderci lì quel poco che ci resta”.

La possibilità di un trasloco è da escludersi: Joaquin e Mari sono in affitto da trent’anni e sarebbe molto difficile per loro trovare qualcuno che gli dia, alla loro età, un locale in affitto. “Mi dispiace molto chiudere dopo tutti questi anni soprattutto perché da queste parti non è mai successo nulla. In questo bar sono venuti i tifosi di tantissime squadre e sono sempre stati accolti meravigliosamente”, spiega Joaquin che ha passato i giorni precedenti all’inaugurazione del Wanda cercando di coprire i simboli del Real Madrid presenti sulla facciata del suo bar. Intanto, molto dei vicini del bar Akelarre si sono attivati per aiutarlo rendendosi disponibile a segnalare qualsiasi atto vandalico alla polizia. Anche se in questo senso bisogna sottolineare il comportamento esemplare dei tifosi colchoneros che, nella prima serata nella nuova casa, non hanno creato problemi al bar Akelarre dove è stato ritrovato solo un pezzo di cartone su uno degli stemmi del Real sull’insegna. 

Per il momento Joaquin e Mari non sanno se continueranno a restare aperti nei giorni in cui l’Atletico giocherà in casa: “Speriamo di sì – commentano – soprattutto quando il Real giocherà lo stesso giorno. Quello che di sicuro sanno è che: “non vogliamo che ai nostri succeda qualcosa, solo perché qualcuno con la testa calda possa pensare ‘andiamo lì a fargliela pagare perché sono del Madrid’”. Il tempo darà la sua risposta: la vita del bar Akelarre dipenderà molto, se non completamente, dal di senso civico che avranno i cittadini madrileni. 

Spagna, arbitro impedisce al Lleida di indossare la maglia con i colori catalani

“Quella maglia non la potete usare”. I dirigenti del Lleida si saranno sentiti dire più o meno queste parole prima dell’incontro con il Saguntino, nella Segunda Divisiòn B spagnola. A pronunciarle, l’arbitro Pedro Campoy Candela: a pochi minuti dal fischio d’inizio dell’incontro, il direttore di gara ha impedito ai giocatori della squadra catalana di indossare la maglia ispirata alla Senyera, la bandiera della Corona d’Aragona utilizzata anche in Catalogna e nella comunità valenciana. Il club ha accusato direttamente la Federazione per questo particolare divieto: secondo alcune fonti del club catalano, infatti, la stessa federcalcio spagnola aveva dato l’ok al club per indossare la maglia “cuatribarrada” (con le quattro strisce rosse e gialle), nonostante questa non fosse presente tra le maglie di gara presentate ufficialmente. Per questo il club aveva incaricato l’azienda Joma di realizzare questa particolare divisa.

È stato lo stesso Lleida a comunicare la decisione con un comunicato pubblicato sul proprio sito ufficiale: “La terna arbitrale ci ha comunicato il divieto di giocare con la Senyera, nonostante la Federazione e l’Atletico Saguntino fossero a conoscenza del fatto che oggi avremmo giocato con la quella maglia, e che se non avessimo rispettato la decisione la partita non si sarebbe disputata. Ci hanno imposto di giocare in blu”.

Il club, lo scorso 20 settembre, aveva preso una posizione molto chiara rispetto agli arresti effettuati dalla Guardia Civil nei confronti degli esponenti del referendum del primo ottobre. Con un comunicato, il club aveva condannato quei fatti, in quanto: “impediscono l’esercizio dei diritti civili, come la libertà di espressione o il diritto al voto, da parte dei cittadini”. Il club inoltre esprimeva il suo “pubblico sostegno a tutte le persone, entità e istituzioni che lavorano ogni giorno per garantire questi diritti”.

Ma torniamo a questa domenica. Il Lleida se l’è presa un po’ con tutti, anche con i rivali del Saguntino: secondo i padroni di casa, infatti, il club ospite si è presentato di proposito all’incontro solo con la prima maglia (rossa) che avrebbe confuso gli arbitri, facendo riferimento all’articolo 216 del regolamento generale della RFEF secondo cui tutte le squadre che giocano in trasferta devono obbligatoriamente avere a disposizione due tipi di divisa differenti.

Ovviamente, la delusione per non veder giocare i propri beniamini con la Senyera ha provocato una reazione polemica nei tifosi del club che hanno intonato cori indipendentisti e inneggiato al referendum al 17esimo minuto del primo tempo della gara con il Saguntino.

“Questo non è un gioco”, Guardiola e Il derbi del referendum: ecco perché lo sport catalano vota Sí

Montilivi voterà per l’indipendenza. Così come Girona. Il derby con il Barcellona di sabato sera, è stato ribattezzato in “Il derby del referendum”. La rivalità tra le due compagini in campo era talmente inesistente, che la partita vinta in scioltezza dalla squadra di Valverde, si è trasformata in uno spot per il voto dell’1-O, come lo chiamano in Spagna. Una sigla che c’entra poco con il calcio: non si tratta infatti di un risultato come si potrebbe credere in apparenza, ma dell’abbrevazione della data “1 di ottobre”. Così come avvenuto al Camp Nou in Champions, nella prima uscita europea del Barcellona, anche sabato allo stadio del Girona il calcio è stato “sfruttato” per fare propaganda politica. “No ens ho impediraan, vota!” (“Non ce lo impediranno, vota!”). Questo era il messaggio che ha accolto i tifosi che si dirigevano all’impianto sportiva subito dopo esser entrati nella città indipendentista. Nelle ultime elezioni generali, quelle in cui i partiti sovranisti, Esquerra Republicana e quello che era ancora noto con il nome di Convergenza Democratica de Catalunya, riuscirono a trovare ulteriori consensi nelle province di Barcellona e Tarragona, feudi in cui si era imposto En Comú Podem. A Girona e Lleida l’indipendenza ha continuato a salire. Nella capitale di Girona, per essere più concreti, Esquerra, in coalizione con Catalunya Sì, ha raggiunto i 10.415 voti. Convergència ne ha ottenuti 9.208. La terza forza, con 6.949, è rimasta ad una grande distanza.


A Girona si scommette fortemente sull’ideale indipendentista. Ci si scommette talmente tanto che, a volte, il ruolo di queste elezioni viene camuffato e “giustificato” con un pretesto: quello di avere il diritto di poter decidere. Il centro città è “impacchettato” da volantini e striscioni di propaganda a favore del referendum. L’unica scelta, da quelle parti, è una e una soltato: un Sì in condizionato. “Ho una possibilità sola di votare e non avrò paura di sfruttarla”, dice un ragazzo in uno dei manifesti.

La estelada, la bandiera tipica della Catalogna, è stata la più utilizzata nel derbi català. Perchè il calcio, ancora una volta diventa motivo di unione, stavolta politica. Attorno al Montilivi i volontari di ANC sponsorizzavano il referendum, proprio come fatto al Camp Nou prima di Barcellona-Juventus. Sugli spalti, tra i volantini colorati con il Sì ben evidente al centro e annunciato dagli altoparlanti dello stadio, un’ovazione accoglie Carles Puigdemont l’ex sindaco di Girona, oggi presidente della Generalitat catalana. Scemati gli applausi, risuona l’inno di Catalunya, “Els Segadors” e sulle sue ultime note risuona il coro: “Votarem“. Non c’è bisogno di altre traduzioni. E se qualcuno non avesse ancora capito bene dove si trovi, sulla facciata della facoltà di Scienze nel campus universtario di Girona c’è un messaggio a ricordaglielo: “Welcome to the Catalan Republic”. Lo stesso che copriva metà della curva del Camp Nou neanche due settimane fa e che aveva messo in imbarazzo il presidente bianconero Andrea Agnelli di fianco al suo “collega” Bartomeu.


“Esport pel Sí”, il manifesto degli sportivi catalani – La verità è che in Catalogna questa cosa del referendum l’hanno presa molto sul serio anche gli sportivi. La voglia di separatismo ha talmente influenzato tutti, che anche i protagonisti del “gioco di squadra” e dell'”insieme si vince” hanno deciso di voler continuare da soli. Il tutto è anche ufficializzato da un sito internet ad hoc: “Esport pel Sí“. Il messaggio è chiaro ed è ben spiegato nel manifesto presente nella homepage: “Lo sport catalano vincerà grazie al tuo sì”. A sostegno di quanto dicono, c’è anche uno studio economico. Secondo il manifesto catalano lo sport riceverà grandi benefici dall’indipendenza: calcolano che, se la separazione dovesse verificarsi, lo sport riceverebbe una crescita di quasi 90 milioni di euro e oltre 700 posti di lavoro nel giro di tre o quattro anni. Aumenterà anche il numero di atleti catalani che parteciperanno alle Olimpiadi: “Dai 98 attuali ai 129/149 sportivi che, nel medio periodo, potranno aspirare a ottenere tra le 8 e le 9 medaglie“, si legge. E se la Federnuoto catalana sarà la Federazione con l’unico bilancio “leggermente” negativo, i catalani si potranno rifare ovviamente con il calcio che vedrà crescere gli introiti del 72%, seguita da pallacanestro e tennis. Tutto ciò, ovviamente, sarà gestito dal COC: il Comitato Olimpico Catalano. E così nel video spot del sito figurano molti famosi sportivi: la doppia medaglia d’argento olimpica, Natalia Vía-Dufresne, è il volto più riconoscibile in una campagna che vede oltre a tecnici come Anna Tarrés (sincronizzato) o Salva Maldonado (basket), anche ex atleti come Sergi Ten (beach volley) o Marta Vilajosana (ciclismo).

Lo spot di Guardiola – Tra i più attivi sostenitori del Sí nel referendum del primo ottobre in Catalogna c’è sicuramente Pep Guardiola. L’allenatore del Manchester City sta seguendo attentamente le vicende della sua terra continuando a inviare messaggi favorevoli all’indipendenza: “Mi sembra che la cosa più importante – spiega Guardiola – è applicare la democrazia quando un popolo chiede di votare. I desideri e le speranze dei catalani del ventunesimo secolo sono diversi da quelli del secolo scorso, soprattutto dopo la dittatura franchista”.

Il tecnico catalano, piú volte interpellato dai giornalisti sull’argomento, utilizza spesso il paragaone con il caso della Scozia del settembre 2014: “La gente non sta chiedendo l’indipendenza, ma solo di andare a votare. La stessa cosa che fecero gli scozzesi con l’Inghilterra. Niente di piú. Dicono che è la legge, ma le leggi fanno altre leggi e le leggi cambiano le altre leggi in modo che queste leggi possano adattarsi meglio alle nuove società. Non è poi così difficile”.

L’ex allenatore del Barcellona, per ribadire questi concetti, ha anche prestato il volto alla campagna dell’Assemblea Nacional Catalana (ANC) per rivendicare il diritto al voto per i suoi concittadini. In un video distribuito dall’assocazione indipendentista, Guardiola chiede alle istituzioni di far votare la sua gente.

 

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Benvenuti al Wanda Metropolitano: la nuova casa dell’Atletico Madrid

Madrid. Linea 7, direzione Wanda Metropolitano. Da queste parti si respira aria colchonera e non potrebbe essere altrimenti. Siamo nella zona dove sorgeva La Peineta, uno stadio pensato per le gare d’atletica e inaugurato il 6 settembre 1994. Dopo 23 anni è uno degli impianti più all’avanguardia in Europa anche grazie all’espansione della sua capienza: da ventimila a sessantasettemila posti.
Che sia la nuova casa dell’Atletico Madrid lo si capisce subito, giusto il tempo di scendere dal ‘metro’. Ai lati della fermata Estadio Metropolitano si viene già catapultati in 114 anni di storia: c’è il primo stemma dell’Atleti, quello tondeggiante blu e bianco, realizzato da alcuni studenti baschi che si erano messi in testa di creare una società satellite dell’Athletic Club de Bilbao, riprendendone colori e simboli.

Di seguito tutti gli altri stemmi adottati dalla squadra di Madrid, molto più simili all’attuale con l’Orso e il madroño simbolo della città. Fra gli altri spicca anche lo scudo utilizzato dal 1939, dopo la guerra civile spagnola: il simbolo dell’Atletico si arricchisce della corona Reale e di un paio d’ali, a suggellare la fusione tra il club e l’Aviazione Nazionale. 

Dall’altro lato della fermata, i cartelloni ricordano tutti i “traslochi” della bandiera rojiblanca. C’è il Ronda De Vallecas (1903-1913), il primo campo dell’Atletico, a due passi dal Parque del Retiro. Subito dopo l’O’Donnel (1913-1923), il primo stadio ufficiale, con una capienza di diecimila posti posizionato proprio di fronte allo Stadio del Real. Dal 1923 l’Atletico ha la sua prima vera casa, quella in cui giocherà per 43 anni. È lo stadio Metropolitano, 25mila posti, parzialmente distrutto dopo la guerra civile.

Secondo la leggenda, unendo su una mappa le strade dell’epoca con lo stadio Metropolitano, veniva ricreato lo scudo dell’Atletico Madrid.

Dopo il conflitto, i colchoneros dovettero traslocare nuovamente prima di stabilirsi al Vicente Calderón. Quegli anni di transizione li trascorsero a Vallecas, in coabitazione con il Racing Madrileño. Il primo stadio “a colori” – che poi fino a oggi è anche l’unico – il “Manzanares” che poi assumerà la denominazione di Calderón e ospiterà le partite casalinghe dell’Atletico fino a oggi. Fino a quando il Cholismo non ha riportato l’Atleti ai vertici del calcio spagnolo, il record più importante di quest’impianto fu quello di essere uno tra i primi in Europa ad avere posti a sedere per tutti gli spettatori.

Saliamo con la scala mobile e guardando ancora una volta quelle immagini sembra già di essere in una specie di museo dell’Atletico. Il tratto è breve e appena messo il piedi fuori dal tunnel ci si ritrova subito ai piedi di questo gigante.

A guardarlo, sembra un’astronave: un disco argentato e “alleggerito” dalle sua forme curvilinee. I rivestimenti bianchi e rossi conferiscono quel tocco di elegante “Colchonerismo”. La società lo aveva immaginato proprio così fin dal 2013, anno in cui il club decide di acquisirlo per sostituire Vicente Calderón sfruttando al massimo il potenziale del vecchio stadio Olimpico.


Con lo scopo di renderlo il suo stadio ufficiale, il Club Atlético de Madrid si affida allo studio Cruz y Ortiz Arquitectos per progettare un design spettacolare che soddisfi i più alti standard di comfort, sicurezza e visibilità, in linea con un approccio architettonico moderno e innovativo. 

La sua particolarità potrà essere apprezzata proprio a ridosso della partita con il Malaga, dove verranno svelate le qualità del primo stadio completamente in LED del mondo. Da qui in avanti l’impianto sarà la cornice in grado di trasformare qualsiasi evento in uno spettacolo indimenticabile. Il nuovo stadio di Atletico Madrid ha camere con terrazza e una vista perfetta del campo. Al suo interno ci sono 22 spazi polifunzionali (da 250 a 3.500 metri quadrati), un auditorium con una capacità di 400 ospiti e una suite premium. Tutte le sale nella “pancia” del Wanda Metropolitano dispongono di grandi TV LCD, connessione multimediale, WiFi ad alta velocità. Le zone premium offrono la possibilità di allestire ogni tipo di conferenza, convegna, fiera professionale, anche da parte di esterni: un centro incredibile che garantirà al club nuovi ingressi economici, anche extra-calcistici.

Insomma, ci sarà da divertirsi cari colchoneros: Benveunti al Wanda Metropolitano. Benvenuti nel futuro.

“Welcome to the Catalan Republic”: ecco la propaganda del Camp Nou

La festa del Camp Nou di ieri sera non è stata solo una festa del calcio e neanche l’ennesimo show di Leo Messi, uno dei tre più grandi di sempre. Quello che abbiamo visto ieri sera a Barcellona non capita spesso fuori e dentro un campo di calcio. Quante volte infatti, nella storia recente di questo sport, dentro e fuori uno stadio si è parlato di politica? Certo, le curve italiane sono storicamente legate a questa o a quella ideologia ma sempre meno si esprimono in maniera così decisa e unita attorno a un campo di calcio. 
Abbiamo provato a rivedere la partita di ieri con un altro occhio, quello di chi non si fa abbagliare dalle magie di Messi e che mette da parte lo sfottò. Sì, perchè ieri a Barcellona si è parlato ancora una volta di indipendenza con una propaganda che è iniziata già dalle 18.30, quando i primi sostenitori del separatismo catalano si sono radunati agli ingressi del Camp Nou per distribuire i volantini del “Si definitiu”, il Sì definitivo da scrivere sulle schede del referendum del primo ottobre, quando (teoricamente) il popolo di Catalunya sarà chiamato a votare per decidere se diventare uno stato autonomo, al di fuori del territorio spagnolo.

Apparentemente la situazione sembra essere molto equilibrata: se è vero che molti sono i favorevoli alla separazione, c’è da dire che altrettanti sono quelli che vorrebbero restare legati alla Spagna. Anche se le immagini del Camp Nou mostravano tutt’altro. Ieri il calcio è stato “sfruttato” per veicolare un messaggio politico ben preciso: “Indipendenza!”. Molti si saranno accorti degli striscioni apparsi nella curva blaugrana a ridosso del fischio iniziale del match, quelli che volevano dare un messaggio alla Spagna e all’Europa: “Benvenuti nella Repubblica Catalana”, un messaggio da far passare attraverso le telecamere della Champions League, la più importante manifestazione sportiva dopo i mondiali di calcio.

Una competizione che rappresenta l’Europa, un’Europa dove si cerca di unire più che dividere. Ed è forse proprio per questo motivo che all’ingresso in campo l’inno della Champions League è stato fischiato come si fa quando si gioca contro un rivale difficile da battere o contro un acerrimo nemico. Chissà come sarebbe la Champions League senza il Barcellona, sicuramente meno spettacolare. Anche se non è proprio sicuro che i vari Messi, Suarez, Dembelè e via dicendo continuerebbero a vestire la maglia blaugrana, senza la Champions League.

La sintesi della serata la si può riassumere nel siparietto tra il presidente del Barcellona Josep Maria Bartomeu e il suo “collega” juventino Andrea Agnelli che, sorpreso da quegli striscioni ha chiesto al numero uno catalano una spiegazione. Come a dire: “Perché allo stadio ci sono questi messaggi?”. Sembra stranissimo, ma è così: stavolta siamo noi a stupirci degli altri. La risposta di Bartomeu forse è stata ancor più imbarazzante: “Welcome to the Catalan Republic”, ha sussurrato il presidente ad Agnelli che non ha potuto far a meno di nascondere sotto i baffi, o meglio la barba, una risata a denti stretti. Forse non aveva ancora smaltito l’euforia della Díada, il giorno della festa di Catalunya. Fatto sta che davanti alle telecamere, Bartomeu non è stato altrettanto spavaldo: “Noi come club, non ce la sentiamo di prendere una posizione”. Ecco, speriamo che tra quindici giorni i catalani facciano un passio indietro alla stessa maniera. 

Bonucci rossonero lancia il  tormentone: “Passiamo alle cose formali”, ecco com’è cambiata la musica a Casa Milan

Pamplona? Riccione? Mi fa volare o Despacito? Nessuno di questi. Il tormentone dell’estate milanista è “Passiamo alle cose formali”. Con buona pace di Rovazzi e Enrique Iglesias. È la frase di Marco Fassone il ritornello preferito dai tifosi rossoneri in questa incredibile sessione di calcio mercato. I dieci acquisti portati a termine in coppia con Mirabelli hanno fatto salire la temperatura, già elevata, a Casa Milan. L’arrivo di Leonardo Bonucci in rossonero ha fatto riscoprire ai tifosi milanisti delle emozioni che non si provavano da anni. Quelle del calciomercato. Parola quasi dimenticata nelle ultime stagioni della vecchia proprietà e quasi inutilizzata alla vigilia dell’interminabile closing. Ed ecco che per molti tifosi tornare ad aspettare sotto il sole cocente di luglio sembra il sogno di un pomeriggio di mezza estate. O la fine dell’incubo di un lustro decadente. Dipende dai punti di vista.

Sì, perché se il tormentone di questa ricca estate rossonera è il “passiamo alle cose formali” di Fassone, non si possono dimenticare gli epici tormentoni del suo storico predecessore: l’ex Ad, tornato da pochi mesi geometra, dottor Adriano Galliani. Sotto la sua regia se ne sono viste di tutti i colori e chissà quante sono rimaste segrete. Ritornelli che si sono infilati nelle orecchie dei milanisti per mesi e rilanciati di sessione in sessione.

A pochi minuti dall’approdo in rossonero di Bonucci sembra passata un’eternità, ma in realtà stiamo parlando di appena un anno fa. Come dimenticare tra i tormentoni del recente mercato milanista i vari “se non parte nessuno, non arriva nessuno” o “siamo a posto così”. Magari dopo aver acquistato gente del calibro di Constant, Taiwo o Vangioni. 

Una delle più belle storie in tal senso è quella legata ad Aly Cissokho. Estate 2009. Sembra tutto fatto per il passaggio del terzino del Porto a Milanello: 15 milioni l’offerta del club rossonero per il giocatore che arriva in città per sostenere le visite mediche prima di firmare. Una firma che non arrivò mai per un misterioso problema ai denti, riscontrato solo dallo staff medico. In realtà, dietro quella vicenda c’era stato un tentativo da parte del Milan di voler cambiare l’accordo con la squadra di Cissokho. Fatto sta che nessuno ha saputo più niente di quale fosse il problema del povero Cissokho: se una carie, un ascesso o un ponte saltato. 


Da lì in poi è stata un’escalation di imbarazzanti uscite da parte dell’ormai ex Ad. Forse anche nel tentativo disperato di salvare la baracca che gli stava sfuggendo dalle mani. Come farebbe un innamorato di fronte all’evidenza di una storia ormai finita. Ed ecco che l’arrivo con un jet privato per niente di meno che José Sosa e lo sgarbo al Cagliari per prendere Mati Fernández alla fine della scorsa estate sono stati solo gli ultimi sussulti di quello che per anni è stato considerato il Re del mercato. Arrivato a fine carriera come un condor spennato, senza più fame e voglia di volare.

E se fino ad aprile, ad una settimana dal closing, il tormentone era “i cinesi non esitono”, adesso le cose sono leggermente cambiate. D’altronde si sa ci sono tormentoni che durano di più, altri che durano di meno. E infatti già da un paio di settimane c’è un nuovo tormentone, “passiamo alle cose formali”, la frase che l’Ad Fassone pronuncia prima della firma di ogni nuovo acquisto. E c’è anche chi ovviamente si è fatto prendere la mano realizzandone improbabili remix diventati in poco tempo virali. Fatto sta che nel giro di pochi mesi, al Milan la musica è cambiata e “passiamo alle cose formali” resterà nella speciale hit parade rossonera ancora per un po’.

La favola di Pinocchio: il numero uno tornato “nessuno” per averne traditi centomila

Uno, nessuno e centomila. Centomila, nessuno uno solo. Se volessimo analizzare la telenovela sul rinnovo di Donnarumma con il Milan, potremmo raccontarla grazie alla versione palindromica del titolo pirandelliano. E vi spieghiamo il perché.

All’inizio ce n’era uno. Gianluigi Donnarumma, stella emergente del calcio italiano, il portiere diciottenne a cui era destinata la gloria eterna e il destino di eterna bandiera del Milan. Una nuova dirigenza pronta a credere in lui. Un contratto faraonico e sul tavolo anche la fascia di capitano che fu di Maldini, Baresi e Rivera. Poi c’era nessuno: ovvero quelli che credevano che Gigio non avrebbe prolungato il suo contratto in rossonero. E poi c’erano i centomila tifosi milanisti, orgogliosi di aver ritrovato un portabandiera dopo anni di buio. In sostanza: Nessuno si aspettava quello che si aspettavano i centomila. 

Il calcio però, ancor più quando ci sono di mezzo i soldi, può riservare sorprese beffarde. E se ci sono famiglie spaccate per questioni legate a una mancata eredità, figurarsi se un ragazzino di 18 anni non cada nel tranello più vecchio del mondo. Quello dell’amore a pagamento. Così Gigio, uno, o meglio, il solo beniamino dei tifosi si è trasformato in Pinocchio, il burattino bugiardo che dice di voler bene al babbo ma che poi in realtà affida le sue quattro monete d’oro a chi gliene aveva promesse molte di più. Qui sta il ribaltone del titolo. Dopo giorni di nuova riflessione, silenzi, finte banconote, sorrisi e papere (reali e virtuali) Gigio è tornato all’ovile, ripercorrendo la stessa strada che lo aveva allontanato da casa: quelle delle monete d’oro. Una in più all’anno. Per non dire più bugie e tornare il ragazzo modello di un tempo.

Ma se è vero che il calcio e la vita vanno spesso di pari passo, non si può dire che il medesimo parallelismo ci sia tra la stessa vita e le favole. La situazione si adesso è rovesciata: quei centomila sono ancora lì, alcuni di loro pronti anche a riabbracciarlo come Geppetto con Pinocchio. Ma per tantissimi altri lo strappo resta difficile da ricucire. Tutto dipende da Gigio, tornato un signor nessuno dopo esser stato il numero uno. L’all-in del mancato rinnovo iniziale gli porterà qualche moneta d’oro in più nei guantoni, ma gli ha fatto perdere tantissimo credito a livello di stima.

In piedi ne è rimasto soltanto uno, l’highlander dei procuratori. L’unico capace di vestire sia i panni del Gatto, sia quelli della Volpe: Mino Raiola. In fin dei conti è riuscito ad ottenere quello che voleva: un milione di euro in più per il suo assistito che, tradotto, significa una fetta di torta più grande per lui, e una doppia clausola rescissoria. Quella che gli permetterà di andarsi a mangiare l’intero buffet dei dolci da qualche altra parte, qualora le cose al Milan non dovessero andar bene. E non è una favola. Nelle favole i cattivi non vincono mai. E gli hacker prevedono il futuro.