Jara “mano lesta”: così provoca le sue vittime

A volte ci vuole tatto. Anche nel calcio. Pare però che Gonzalo Jara abbia preso troppo alla lettera questa massima universale. Il difensore della nazionale cilena, infatti, ha avuto un contatto un po’ troppo ravvicinato con Gaston Ramirez durante la gara giocata contro l’Uruguay.

Il giocatore si è reso protagonista di un episodio che va ben oltre la classica marcatura a uomo. Ne sa qualcosa il povero Gaston Ramirez, che è stato palpeggiato da Jara proprio lì dove non batte il sole. 


Un vizietto che il difensore dell’Universidad de Chile non riesce proprio a togliersi. Sì perché anche nei quarti di finale della Copa America del giugno 2015, sempre contro l’Uruguay, Jara non era riuscito a tenere a bada le mani. In quell’occasione il bersaglio fu Cavani che cadde nel tranello e si fece espellere.


Molto più pacata la reazione di Gaston Ramirez che non ha fatto una piega. Java però deve imparare a tenere le mani a posto. È vero che il calcio è uno sport di contatto, ma fino ad un certo punto.

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Vardy segna e si blocca: ecco la sua Mannequin Challenge

Gol e stop. È stata questa la reazione di Jamie Vardy dopo la rete siglata contro la Spagna. L’attaccante inglese, nell’amichevole di ieri, ha festeggiato in maniera originale. Almeno fino a oggi. La punta del Leicester è stato il primo calciatore a celebrare un gol con la Mannequin Challenge, la nuova moda in voga tra i calciatori è già passata dagli spogliatoi al campo. 

Per chi non conoscesse la Mannequin Challenge, ne abbiamo parlato in QUESTO ARTICOLO.

‘Habemus allenatorem’: ecce Pio(li) X

Ormai chi segue questo blog lo sa. Amiamo “The Young Pope” di Paolo Sorrentino. Per questo siamo un po’ ossessionati e cerchiamo di trovare riferimenti un po’ ovunque. Tuttavia, la serie sul giovane Pontefice dispotico ideato dal regista premio Oscar ha più di un parallelismo con la neo-elezione del tecnico dell’Inter.

Dal Conclave di Suning i grandi elettori hanno scelto il successore di Frank De Boer, dopo la sede vacante presieduta dal Camerlengo Vecchi. Proprio come il pontefice Pio XIII, anche il Pio(li) nerazzurro è chiamato a risollevare l’Inter. Entrambi hanno molti predecessori alle spalle: se il Santo Padre interpretato da Jude Law è il tredicesimo a   scegliere il nome di Pio, la nuova guida interista è il decimo allenatore scelto dopo il “grande Papa” Mourinho (Benitez, Leonardo, Gasperini, Ranieri, Stramaccioni, Mazzarri, Mancini, De Boer e Vecchi).

Come in tutti i Conclave, anche la fumata bianca che ha portato all’elezione dell’ex laziale non era scontata. Il Cardinale Thoir spingeva per una scelta ‘esterofila’, così come i porporati di Suning. Ecco perché erano papabili i vari Villas Boas e Marcelino (senza pane e vino). Sarà stato il diplomatico Segretario di Stato Voiello, alias Moratti, ad indirizzare il soffio dello “Spirito Santo nerazzurro”?

Fatto sta che colui che è salito al soglio pontificio di Appiano, pare avere le idee chiare come il suo alter ego sorrentiniano. “Non mi sento un normalizzatore, – ha detto  ‘the young mister’ – l’Inter deve andare oltre il normale e piuttosto spero di essere ricordato come un potenziatore”.

Insomma, così come Lenny Belardo (questo il nome secolare del protagonista di The Young Pope) anche Pioli ha scelto una linea ben delineata. Niente schiamazzi, nessuna attenzione mediatica. Solo lavoro e sacrificio. Ma soprattutto silenzio. Solo così potrà ‘potenziare’ i suoi. Tuttavia, rispetto a Pio XIII, Pio(li) il X dovrà fare attenzione ad attuare la sua rivoluzione: in particolare quella delle sue teste calde. Icardi e Brozovic su tutti, oltre alla spinosa questione Candreva con cui dovrà cercare di mediare, per trovare un punto di incontro sugli screzi passati.

Non fumerà in spogliatoio, non sarà amante dello sfarzo ma di sicuro Pioli cercherà di riportare alla luce il rigore e la “sacralità” di una Inter che ha perso molti fedeli nel corso degli anni.

Aspettando le ultime due puntate della serie TV firmata Sorrentino, attendiamo di conoscere il finale della storia di Pio XIII, due giorni dopo Pioli (il decimo) farà la sua prima omelia a San Siro nel derby. Entrambi vanno incontro ad un bivio: uno dovrà ripristinare l’Istituzione della Chiesa, l’altro quantomeno far tornare credibile l’Inter.

(foto da fcinternews)

Pogba diventa un problema…di geometria!

La matematica non sarà mai il mio mestiere. Infatti Paul Pogba fa il calciatore. Eppure, chissà se il centrocampista del Manchester United ha mai pensato di diventare un problema di geometria. Proprio così, l’ex Juventino infatti è stato utilizzato da un professore di matematica per far applicare ai suoi studenti il teorema di Pitagora.


La geniale idea dell’insegnante era quella di far ragionare sui triangoli rettangoli e, in particolare, su quello che si crea sulle braccia di Pogba mentre esulta alla sua maniera: con la Dab dance

Siccome l’argomento matematico non affascina molti e per chi non sapesse cosa diavolo sia la Dab Dance, alleghiamo un video di Pogba alle prese con questo balletto molto in voga tra i calciatori. Giusto per alleggerire la lettura:

Il testo del problema, che non si capisce perché faceva riferimento a Cristiano Ronaldo, recitava così: “Ronaldo è geloso della dab dance di Pogba e cerca di dimostrare che non è perfetta. Secondo ‘la dichiarazione universale dei diritti della DAB (DUDDDD)’ una dab è perfetta solo se i triangoli indicati in figura sono rettangoli’.

A condividere su Twitter questo fine esperimento socio-didattico è stata proprio una delle studentesse a cui è stato sottoposto il problema. Lusingato, Pogba non ha potuto fare a meno di ritwittarlo commentando: “La dab è utile”.


A pensarci bene, l’idea non è terribile. Il calcio in fondo è fatto di geometrie: una sfera che rotola su un piano rettangolare e su cui si disegnano delle triangolazioni.

Chissà quale sarà il prossimo problema di questo simpatico professore. Di certo, noi rimpiangiamo di non aver studiato con lui. Forse così avremmo amato un po’ di più la geometria.

Italia-Germania, il filo conduttore della storia che ha segnato ogni epoca

Non sarà mai un’amichevole. Stasera a San Siro si gioca un grande classico del calcio mondiale: Italia-Germania. Otto Coppe del Mondo in campo, equamente distribuite, per quelle che sono le due compagini più vincenti in Europa. Nel resto del mondo, solo il Brasile ha fatto meglio con cinque titoli iridati.

Eppure Italia-Germania non è una partita, ma è la partita: nel corso del tempo le due compagini hanno dato vita sempre a duelli memorabili, le cui immagini sono rimaste impresse negli occhi di tutti, segnando in maniera indelebile la cultura di massa.

Proviamo ad analizzare le tre immagini simbolo di questa epica sfida, ovviamente dal nostro punto di vista.


Mondiale 1970. Stadio Azteca di Città del Messico. I ventidue che stanno per mettere piede in campo non sanno che quella gara verrà ricordata come la Partita del secolo.  Non a caso, ancora oggi, in quello stadio campeggia ancora questa targa:


« L’eco dell’avvenimento fu enorme. I tifosi messicani decisero su due piedi di murare una lapide all’esterno dello Stadio Azteca per eternare una partita che aveva esaltato il gusto latino-americano per lo spettacolo e la battaglia. Un banchiere italiano, che seguiva la partita per televisione a Montevideo, cadde fulminato da un infarto. In Italia oltre trenta milioni di appassionati (…) rimasero incollati davanti al video, sebbene fosse mezzanotte passata. Molti andarono a coricarsi, sconsolati, quando Schnellinger aprì il fuoco nei tempi supplementari, ma alla rete di Burgnich un urlo lanciato in centinaia di case (…) e l’esito finale della pugna spinsero migliaia di appassionati nelle strade e nelle piazze… »

(Antonio Ghirelli, Storia del calcio in Italia)

Ecco perché su questa partita, nacquero miti e leggende: dalla staffetta Mazzola e Rivera (simboli di Inter e Milan), al fumetto Topolino che gli dedicó un episodio nel numero 3082. Ispirò anche un film del 1990 del regista Andrea Barzini intitolato proprio Italia-Germania 4-3.


Un’opera d’arte. Così come quella di Munch. L’urlo di Marco Tardelli non ha niente da invidiare al celebre dipinto del pittore norvegese. Un’immagine che è diventata il fotogramma per eccellenza di un’intera Nazione. Era la finale del Mondiale di Spagna del 1982. Ancora contro i tedeschi. Quei pugni stretti, quel volto in estasi e quella corsa disperata sono entrati per sempre nell’immaginario collettivo. Anche troppo. A tale punto che lo stesso Tardelli se qualche tempo fa a La Stampa aveva dichiarato che “di quell’urlo non mi stuferò mai”, poco più tardi ha fatto marcia indietro: “Sembrava che non avessi fatto altro nella vita che gridare – sottolinea -. Quell’urlo ha cancellato la mia carriera”. E ancora: “I miei amici mi prendono in giro ancora adesso: eh, tutte ‘ste storie per un urlo che hai fatto…manco fossi Tarzan”. Noi continueremo a portarlo nel portafogli, tra la patente e il santino di Padre Pio.


Dallo Stadio “Angelini” di Chieti dove era il bomber dei neri verdi con il numero 11, alla finale di Berlino 2006. Fabio Grosso ne ha fatta tanta di strada, sia nella vita che dopo quel gol in semifinale con la Germania. Grosso resterà per sempre impresso nella mente di tutti. Il “Tardelli delle nuove generazioni” lo hanno ribattezzato. Al suo gol si ispirò un regista: Pourya Kakavand, 27 anni, sceneggiatore televisivo e fra i vincitori del Fajr Festival, che gli ha dedicato uno spettacolo teatrale molto apprezzato in Iran. Grosso, in quest’opera, viene interpretato da Farbod Farang, che racconta la sua vita immaginaria. La passione del calcio fin da bambino, il padre per anni in prigione, una madre che ritrova per qualche tempo la serenità con un altro uomo, la tragedia familiare. Fino al rigore contro la Francia.
 Tutto inventato, non serviva questo contorno così romanzato per una storia, come quella di Fabio, che ha permesso a tutti gli italiani e al resto del mondo di far capire che l’Italia non è solo mafia e calciopoli. È l’impegno di migliaia di ragazzi che hanno un sogno, e Grosso ci ha insegnato a credere che se crediamo in noi stessi si possono raggiungere traguardi incredibili. Ecco perché per noi Italia-Germania non può essere solo un’amichevole, ma la nostra storia è la nostra forza: quella di chi non si arrende mai, neanche allo strapotere dei tedeschi.

Dieci buoni motivi validi per cui San Marino-Germania è stata una partita utile

Dopo gli otto gol rifilati dalla Germania Campione del Mondo al San Marino nella gara di qualificazione ai Mondiali, il tecnico dei tedeschi Joachim Low e l’attaccante del Bayern Monaco Thomas Müller si erano lamentati dello scarso profilo tecnico dell’avversario affermando che:

“Partite come quella col San Marino non c’entrano nulla col calcio professionistico”.

Frasi poco eleganti che non sono piaciute al popolo sanmarinese. Ecco perché Alan Gasperoni, tifoso della città Stato ha elencato una lista in cui spiega in dieci motivi per cui la partita tra San Marino e la Germania sia stata molto utile.

Ve li proponiamo anche noi, per far capire che il calcio non è solo di chi alza le coppe. Il calcio è di tutti:

“Carissimo Thomas Müller,

hai ragione tu. Le partite come quella di venerdì sera non servono a nulla. A te. D’altra parte, caro Thomas, a te non serve venire fino a San Marino quasi gratis in un week end in cui, senza la Bundesliga, saresti potuto stare con tua moglie sul divano della tua villa di lusso oppure chissà, avresti potuto prendere parte a qualche evento organizzato dagli sponsor incassando diverse migliaia di euro. Io ti credo ma mi permetto di darti 10 buoni motivi per cui penso che la partita San Marino – Germania sia stata molto utile e magari tu ci rifletti bene e mi fai sapere la tua…

1. E’ servita a dimostrarti che nemmeno contro le squadre scarse come la nostra riesci a fare gol e non dire che non ti sei incazzato quando Simoncini ti ha negato l’ingresso tra i marcatori…

2. E’ servita a far capire ai tuoi dirigenti (fallo sapere anche a Beckenbauer e Rummenigge) che il calcio non è di loro proprietà ma è di tutti coloro che lo amano tra i quali, che lo vogliate o no, ci siamo anche noi.

3. E’ servita a ricordare a centinaia di giornalisti di tutta Europa che esistono ancora ragazzi che inseguono i loro sogni e non i vostri assegni.

4. E’ servita a confermare che voi tedeschi non cambierete mai e che la storia non vi ha insegnato ancora che “prepotenza” non è sempre garanzia di vittoria.

5. E’ servita a far capire ai 200 ragazzi sammarinesi che hanno seguito la partita per quale motivo i loro allenatori gli chiedono di impegnarsi sempre al massimo. Chissà che un giorno tutti i loro sacrifici non vengano ripagati con una partita contro i Campioni del Mondo.

6. E’ servita alla tua Federazione (e anche alla nostra) per incassare i soldi dei diritti d’immagine con i quali, oltre a pagarti il disturbo, possono costruire impianti per i ragazzi del tuo paese, scuole calcio, stadi più sicuri… La nostra Federazione, ti svelo un segreto, costruirà un nuovo campo da calcio in un paesino sperduto che si chiama Acquaviva. Tu avresti potuto costruirlo con sei mesi del tuo stipendio, noi lo faremo con i diritti di 90 minuti di partita. Non male no?

7. E’ servita ad un paese grande come un settore del tuo Stadio di Monaco ad andare sui giornali per un buon motivo, perché una partita di calcio è sempre un buon motivo.

8. E’ servita al tuo amico Gnabry per esordire in Nazionale e segnare tre gol. Ora può chiedere al Werder il rinnovo del contratto al doppio di quanto ha guadagnato fino ad ora.

9. E’ servita a qualche sammarinese un po’ triste per ricordarsi che abbiamo una Nazionale vera. Succederà pure anche da voi che siete quasi perfetti che qualcuno si svegli quando perdete e cominci a rompere le scatole, no?

10. E’ servita a farmi capire che anche se vestite il modello più bello di divise dell’Adidas sotto sotto siete sempre quelli che mettono i calzini bianchi sotto i sandali.

Con affetto, tuo Alan”.

Liechtenstein, dov’è finito il cd?

Curioso “incidente diplomatico” per la Nazionale di Giampiero Ventura in Liechtenstein. Prima della gara valida per le qualificazioni al Mondiale, gli azzurri di sono trovati in evidente imbarazzo al momento degli inni Nazionali. Infatti, gli addetti ai lavori del Rheinpark Stadion di Vaduz hanno avuto serie difficoltà a far partire l’Inno di Mameli. Un episodio che ha lasciato attoniti Buffon e compagni, ma a rincuorarli c’è stato il caloroso pubblico italiano che, nell’attesa che i padroni di casa trovassero il cd giusto, hanno improvvisato una personalissima versione “a cappella”.

Da Ronaldo alla Juve, è esplosa la “Mannequin Challenge”

Si chiama Mannequin Challenge. Ed è il nuovo tormentone del momento. Nata poco più di due settimane fa negli Stati Uniti, la sfida consiste nel farsi riprendere immobili (come dei manichini, appunto) nell’ultima posizione assunta prima che venga schiacciato il tasto “rec“.

La sfida è partita dagli studenti di diversi college statunitensi ed è subito diventata virale: i social accorciano le distanze in maniera incredibile ed è ecco che la nuova tendenza made in Usa, ha trovato proseliti anche in Europa.

Per realizzare questi video, è sufficiente rispettare due semplici regole: la prima è restare ‘congelati’ dal momento in cui parte la registrazione, la seconda è quella di tenere come sottofondo musicale “Black Beatles” di Rae Sremmurd. E ovviamente condividere.

Una moda che ovviamente non poteva non spopolare nel mondo del calcio e  subito i Campioni del vecchio conteninente hanno colto la palla al balzo per fornire la versione europea di questa nuova challenge

I Campioni d’Europa del Portogallo non si sono fatti cogliere impreparati: al centro dello spogliatoio dei portoghesi, proprio come una statua, campeggia Cristiano Ronaldo. L’attaccante del Real Madrid non poteva certo perdere occasione di mettere in mostra il suo fisico scultoreo.

In Italia anche la Juventus ha partecipato alla sfida. Lo scorso venerdì i bianconeri rimasti a Vinovo durante la sosta per le Nazionali, hanno deciso di ammazzare il tempo in palestra. Tra un peso e l’altro, un “Mannequin Challenge”, rende la giornata meno faticosa.

Un’idea simile è venuta ai giocatori del Borussia Dortmund. I tedeschi, come i loro colleghi italiani, si sono fatti immortalare alle prese con gli attrezzi.

Geniale la pensata del Paris Saint Germain che ha voluto coinvolgere tutti i tifosi presenti al museo-store del club: c’è chi è in fila, chi scatta una foto, chi rimane semplicemente stupito di fronte ai trofei dei francesi. 

La selezione Messicana ha festeggiato la storica vittoria con gli Stati Uniti proprio con un “Mannequine Challenge”: dopo il 2-1 rifilato agli statunitensi nella gara ormai ribattezzata da tutti “la partita del muro”, la Tricolor si è fatta riprendere freezzata durante i festeggiamenti. Chissà se anche Trump ha visto il video…

La cravatta gialla passa di moda

“Sono le mie ultime tre settimane di Milan dopo trent’anni e passa”. Così l’Amministratore Delegato del Milan, Adriano Galliani, ha commentato il suo definitivo addio ai rossoneri in vista del cambio al timone della società di Via Aldo Rossi.


“Quello che abbiamo fatto insieme rimane e la storia sarà meglio della cronaca. – ha spiegato il dirigente rossonero -E’ un grande orgoglio tutto ciò che abbiamo vinto in questi trent’anni, abbiamo fatto tanto, tanto, tanto. Abbiamo 28 primi posti, 16 secondi e uno in arrivo di questi due nella prossima Supercoppa”.

Uomo di numeri, di conti e bilanci. Adriano Galliani è una delle figure più misteriose del Milan di Silvio Berlusconi. Ed è anche grazie ai suoi colpi last-minute che il Diavolo è riuscito a salire sul tetto d’Europa e del Mondo. Abilissimo nel chiudere trattative a tempo scaduto, lo storico numero due milanista si è guadagnato il soprannome di Condor del calciomercato. Come il rapace, infatti, Galliani fiuta l’affare come pochi e vi si butta in picchiata fino a che non lo porta a casa.

Eppure, nonostante le critiche degli ultimi tempi da parte del tifo milanista bisogna riconoscergli che se sul prato di San Siro abbiamo visto giocare Gullit, Van Basten, Weah, Savicevic, Kakà, Shevchenko, Inzaghi, Ronaldinho e Ibrahimovic lo si deve proprio al Condor. Sarà perdonato se dopo trent’anni di abbuffate di successi, la fame è un po’ passata e qualche piuma è venuta giù.


Se volessimo trovare un filo conduttore in questi anni di Milan, alla mente ci viene subito in mente una cravatta. Rigorosamente gialla. Per chi non lo sapesse, infatti, Galliani è uno dei personaggi più scaramantici della storia del calcio. E il suo amuleto è proprio la cravatta gialla. Ne possiede tantissime e di tutti i tipi. Cambiano i motivi, cambia la stoffa, cambiano le tonalità ma il giallo nelle sue cravatte non è passato mai di moda. Allo stesso modo al Milan sono cambiati calciatori, allenatori e dirigenti ma lui non è passato mai di moda.

Un paio di anni fa in occasione dell’apertura dei canali social del Milan, Galliani ha aperto a tutti i tifosi il suo armadio di cravatte gialle. Da rimanere a bocca aperta, un po’ come quando si entra nella sale delle Coppe a Casa Milan.


In tutte quelle Coppe, dai metalli preziosi e scintillanti, si è sempre riflessa una cravatta gialla. Adesso però la moda sta per cambiare e, possiamo dirlo, che un po’ ci mancherà vedere quella cravatta stringere la gola di Galliani mentre esulta in tribuna a San Siro.

La prima del dopo Trump è Usa-Messico…si gioca dietro un “muro” di paura. E quel precedente storico…

Il calcio è come la vita: sa essere spietato. Non a caso, per uno strano scherzo del destino, a due giorni dall’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti si gioca una delle gare più complicate della storia del calcio moderno. Infatti, al Mapfre Stadium di si gioca Usa-Messico.

(CLICCA QUI PER VEDERE I MEME DEL CALCIO SULLE ELEZIONI AMERICANE)

La sfida, valida per la qualificazione alla fase finale dei prossimi Mondiali, è di quelle che valgono più di tre punti. C’è in ballo molto di più. Perché non sarà solo una partita di calcio.

“Build the wall” incitavano gli elettori del nuovo presidente americano durante il suo primo discorso ufficiale. In effetti, la gara di questa notte potrebbe causare proprio la definitiva separazione tra i due Stati confinanti. Non solo da un punto di vista geo-politico ma una vera barriera culturale.

Tra le idee proposte in campagna elettorale dal tycoon newyorkese, infatti, c’era quella di costruire un muro al confine tra Messico e Stati Uniti (se ne era già parlato in questo articolo). Il neo eletto candidato dei repubblicani durante i suoi intensi comizi si è più volte lasciato andare definendo i messicani “stupratori” e “criminali”, e che perseguirà tutti i messicani che vivono, e lavorano, senza documenti di residenza negli Stati Uniti. Lo scorso settembre, durante una visita a Città del Messico, dove incontrò il presidente Peña Nieto, Trump disse: “Amo i messicani, ma il Messico non è un nostro amico”. E aggiunse: “Quando il Messico invia la sua gente negli Stati Uniti, non ci manda i migliori. Arrivano persone con un sacco di problemi, che portano droga, che sono criminali e violentatori”.


Va da sè che la gara non sarà per niente amichevole, sia sul campo che fuori. “Mi auguro che il nostro pubblico non faccia niente di diverso dal solito, ovvero sostenere la squadra in modo passionale. – ha detto il centrocampista statunitense Micheal Bradley – Spero che ci sia grande rispetto fra tutti i sostenitori, siano essi americani, messicani, neutrali, donne o bambini. Vorrei che fosse una notte speciale nella quale si possa parlare solo di calcio”.

Il rischio infatti è proprio quello. Sappiamo bene che partite del genere possono causare degli scontri culturali dalle vaste proporzioni: e in questo caso è la storia a motivare le nostre parole.

Era il 13 maggio del 1990. Siamo nell’ex Jugoslavia, si gioca la partita più importante tra le due squadre regine del campionato: Dinamo Zagabria contro Stella Rossa di Belgrado. Quella sfida in realtà non andò mai in scena sul prato dello stadio Maksmir di Zagabria a causa di una vera e propria guerriglia scatenatasi tra gli ultras delle due squadre.


 Da un lato i Bad Blue Boys (BBB) croati,  dall’altro il gruppo Delije della Stella Rossa guidati da Arkan, che verrà poi ricordato come criminale di guerra alla guida di gruppi paramilitari durante il conflitto jugoslavo. I motivi di quello scontro sanguinoso che causò oltre 60 feriti sono avvenuti proprio al seguito di una votazione. Il 6 maggio di quell’anno, a sette giorni dalla gara, si era votato il secondo turno di elezioni in Croazia, con la vittoria dell’Unione Democratica Croata (HDZ) di Franjo Tuđman. Questo risultato fece sì che la Slovenia e la Croazia, guidate da gruppi politici nuovi, salissero al potere con l’idea di riogranizzare la Jugoslavia in una confederazione. Tale progetto aveva i suoi oppositori più accesi in Serbia e in particolare nel cosiddetto partito socialista di Milošević.


Tra i vari momenti di tensione della gara  su tutti si ricorda quello del calcione sferrato dal futuro milanista Zvonimir Boban a un agente di polizia che divenne per i croati un eroe nazionale.

Le premesse di quella sfida, seppure in contesti differenti, rispetto a quella di Usa e Messico sono molto simili alla partita che si giocherà nella notte. Infatti, come in quel caso, oltre ad un’elezione precedente a far scattare l’orgoglio delle tifoserie potrebbe esserci anche una grande rivalità sportiva e territoriale. Basti pensare che nel 2015 furono 90mila gli spettatori accorsi per la sfida che avrebbe qualificato soltanto una delle due alla Confederations Cup 2017.

“I tifosi dovranno andare allo stadio con la speranza che gli Stati Uniti vincano – ha detto il portiere americano Tim Howard – quella è politica e questo è calcio. Il Messico proverà a prenderci a calci in culo e noi faremo lo stesso con loro. È qualcosa che non ha niente a che fare con la politica”. Parole che stonano forse con il messaggio che il Capitano statunitense voleva dare. Speriamo, almeno, che l’unico muro di cui si parlerà stasera sarà lui e le sue parate. O, per par condicio, quelle del suo collega Ochoa.